domenica 16 giugno 2013

Holy Motors

La fenice che risorge dalla proprie ceneri. Sì, è Leos Carax. Giunti all'ottava incarnazione di un gigantesco Denis Lavant (rientra a casa, dove ad accoglierlo trova una famiglia di primati), si comprende l'orizzonte additato dal regista alle teste che siedono immobili e silenziose nella sala cinematografica del prologo: dai resti contemporanei, nasce il cinema del futuro che sarà (oppure lo è quando riesce ad esserlo) capace d'immergersi nel passato per trarne alimento. Aspettandolo (o facendolo, come in questo caso), il cinema assoluto di Leos Carax trova in "Holy Motors" - proprio a livello squisitamente filmico - la sua forma più matura e seducente, capace di organizzare una radicale analisi attorno ad oggetti che sono eterni nella riflessione del rapporto tra realtà e rappresentazione; almeno da quando esiste la mdp. Quella di Carax è una via crucis fieramente ermetica e, al tempo stesso, in grado di comunicare emozioni a chiunque desideri percorrerla insieme a lui, grazie ad immagini che possiedono una forza dirompente. 



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