lunedì 24 novembre 2014

Interstellar


                                                                                                          GURNEMANZ
                                                                                                                       Du siehst, mein Sohn,
                                                                                                                                 zum Raum wird hier die Zeit.

                                                                                                               Tu vedi, figlio mio,
                                                                                                                              spazio qui diventa il tempo.

                                                                                                                                         (Richard Wagner, Parsifal, Atto I)


La prima immagine che il nuovo film di Nolan consegna allo spettatore è quella del modellino impolverato di un'astronave, appoggiato ad una libreria: varrebbe come epitaffio del genere fantascientifico, se non fosse - ma lo scopriremo alla fine - che quei libri nascondono il mistero tanto indagato. A tutta prima, però, sappiamo che anche la scienza aerospaziale, con le sue idealità e i sogni d'avventura, è subordinata alla ben più realistica e urgente salvezza del pianeta, malato terminale. Pure quando la vicenda si sposta nello spazio per inseguire una missione impossibile, i luoghi più caratteristici del genere sono temperati in maniera sensibilmente differente rispetto alla tradizione: mai visti prima d'ora (ancor più che in Gravity) tute e strumenti tanto sporcati, antiretorici nel trattenere con se la fotografia sabbiosa della prima parte del racconto sulla terra, fra i campi di mais. E mai si era visto, prima d'ora in un film americano, negare così platealmente l'allunaggio. 
Che il lavoro sia ambientato in un futuro non troppo lontano è fuori di dubbio; ed è altrettanto evidente che la storia, profondamente solcata da un pessimismo radicale (tra le citazioni, Cuore di tenebra), sia in qualche modo già trapassata, additando una salvezza per pochi, in un improbabile altrove; certo, nel tentativo di scuotere le coscienze degli spettatori intorno alle drammatiche trasformazioni climatiche alle quali ci prepariamo. A rischiarare la vicenda, di tanto in tanto, gli interventi di due simpatici robot, tributo a un certo filone del genere fantascientifico, nel tentativo di equilibrare temi, tempi e registri stilistici di una sceneggiatura straordinariamente complessa; produzione imponente, dunque, ma dalla fortissima identità. 


 
Scolpire lo spaziotempo, si potrebbe affermare parafrasando il titolo del meraviglioso libro di Tarkovskij: è un invito alla quinta dimensione, all'amore, anche quello per il cinema, unica realtà che per ora sappiamo in grado di assolvere al compito di porre in relazione simbiotica le due dimensioni; le stesse nelle quale congeliamo in pochi istanti le emozioni irripetibili della nostra vita - padre e figlia in alcune tra le sequenze più intense del film, anzi direi sezione aurea dell'intero lavoro - restando aggrappati ad affetti, situazioni ed errori destinati, però (anche sullo schermo), a perdurare per sempre; quando il per sempre è da intendersi come il limite delle nostre esistenze.
I riferimenti cinematografici - e, implicitamente, letterari - di Interstellar sono altissimi: si va da 2001: Odissea nello spazio (tra l'altro, il precipitare cosmico del protagonista) a Solaris (il rapporto tra Kris e Hari, mutatis mutandis, è centrale quanto quello tra Cooper e Murphy), fino a Sul globo d'argento (l'arrivo dall'acqua sul pianeta di Mann). E, più recentemente, Contact, Sunshine, Prometheus, sino al poco riuscito Cloud Atlas
Come sono simili alla Terra i nuovi pianeti! Quella di milioni di anni fa, sconvolta da maremoti e glaciazioni; il pensiero va nuovamente ad una fantascienza che ha cessato d'immaginare l'altrove ed il “marziano” per vedersi ricondotta, foss'anche nell'iperspazio, all'inquietante realtà del nostro prossimo futuro. 
Già il remake di Solaris (Soderbergh, 2002) citava una poesia di Dylan Thomas: And death shall have no dominion. Qui, ad infuriarsi contro il morire della luce, è ancora una volta il poeta di Do not go gentle into that good night. Nella fantascienza di Nolan non c'è spazio né per fatalismi né per tentazioni aliene ("Loro? Loro chi? Noi!”) e ci riconduce così verso un umanesimo sano e responsabile, riscaldato tanto dalla metafisica dei sentimenti quanto dalla luce della ragione applicata, anche se tardivamente, alla salvezza.

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