sabato 26 giugno 2021

“Le nozze di Figaro” alla Scala




Per me è un ritorno a casa. Basta questo a suggerire quanta felicità mi procuri oggi, dopo troppo tempo, entrare in un luogo fatto di sogni e ricordi, rigogliosi e indelebili. Ma c’è di più. La rentrée avviene con “Le nozze di Figaro”, titolo che dopo la folgorazione viennese con la bacchetta di Abbado mi provocò alla Scala nella metà degli anni ‘90 un’esperienza prossima al fanatismo; era l’opera giusta in un momento speciale di crescita intellettuale ed emotiva. Ne vidi ben cinque recite, di cui due godute bigiando ogni impegno scolastico perché la fila per conquistare il posto in piedi occupava tutta la giornata. Poi, nei giorni fra l’una e l’altra replica, ascoltavo l’opera, partitura alla mano, imponendomi di farlo nelle ore in cui è ambientato ciascun atto. Durante quasi un mese, per me e per un caro compagno di avventure musicali, non ci fu letteralmente altro che “Le nozze di Figaro”. Una salutare ossessione. Alla Scala lo spettacolo era ed è sempre lo stesso: perfetto e insostituibile. Per una volta il cast era stato scelto con premura, anche nei ruoli minori che nelle “Nozze” misurano in perfezione tanto quanto gli altri. Il versante sociale marcato da Strehler era assorbito dall’interpretazione di Muti in un afflato compiutamente umanistico. Il diverso slancio etico - quello del direttore e quello del regista - non soffocava affatto ricchezza e fragilità sentimentale in nome delle idee. Mi pareva, anzi, che proprio in virtù di quella necessaria frizione ogni palpito, titubanza, rilievo emozionale si trovasse scaldato da un’affezione lucida e al contempo commuovente. Si assisteva, insomma, a una conciliazione fra ragione e sentimento, vero veicolo di felicità. Una volta di più, quella mozartiana era la luce che illumina chi sa comprendere e quindi perdonare. Opera fra le più ardue per gli interpreti, certo. Se n’era accorto già il recensore di quello che fu l’ultimo allestimento ottocentesco delle “Nozze” in Italia (Torino, 1826): «senza un perfettissimo accordo tra chi canta, chi suona, e chi ascolta, non si può estimar quanto vale». Sono curioso di assistere alla lettura di Harding che apprezzo molto e che ha già diretto qui un “Falstaff” in delicato equilibrio fra respiro lirico e rilievo citazionista. Saggio e feroce è il congedo sorridente del Pancione. Universale compassione è quella cui dispongono “Le nozze di Figaro”, invito a contemplare il riflesso di ciascuno di noi nell’altro da sé. Anche nell’opera di Verdi l’unità di tempo è diurna; si va poco dopo la mezzanotte del nuovo dì. “La verità in un sol giorno” potrebbe essere l’ideale sottotitolo che apparenta i due capolavori. La verità. La cercavo anch’io nell’arco di un’intera giornata per farla aderire al presente e finivo, poi, per scoprirmi adeso ad essa. Fatelo anche voi; il tempo serrato della recita non basta. La verità, in quell’altro modo, vi apparirà così contaminata col reale da essere in grado di sostituirlo.

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