venerdì 10 aprile 2020

La Passione secondo Matteo

Il rito domestico di questo Venerdì Santo è bachiano (a Wagner chiedo di pazientare) e stasera, per almeno tre ore, non ci sarò per nessuno.
I giorni adesso sono piuttosto surreali e forse ci si sente più inclini al ricordo che al domani. Non riesco a togliermi dalla mente anche particolari insignificanti della prima volta che ho ascoltato “La Passione secondo Matteo”; dal vivo, nella Basilica di San Marco, a Milano. Era quella la prova generale. Il biglietto era ottimo e con posto riservato, regalo di un collega della Scala: in seconda fila centralissima nella grande chiesa (era sicuramente la fine degli anni ‘90). Mi pareva, e forse era davvero così, che l’emozione intensissima di quella mia scoperta musicale fosse la stessa dei giovani musicisti della Verdi impegnati nell’esecuzione. Il Coro veniva dall’estero e poi, negli anni seguenti - divenuta quella della Passioni bachiane una tradizione esecutiva pure milanese - ci pensò Gandolfi a preparare allo scopo i coristi della Verdi.
Sul podio c’era Chailly che dirigeva accordando grande rilievo alla cifra drammatica della Passione, con accensioni davvero teatralissime («Laßt ihn, haltet, bindet nicht», per esempio, era un sobbalzo sulla sedia) ma pure con sensibilità non estranea a quella delle esecuzioni storicamente informate.
Mentre ancora tutto tace, ricordo come se fosse quella sera in San Marco il braccio ondeggiante e gli occhi chiusi del violista da gamba. E pure il velluto pastoso della voce di un giovane basso: Peter Mattei.


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