lunedì 7 ottobre 2013

Gravity

Sarà merito anche del cognome del personaggio interpretato da Clooney (Kovalsky), ma "Gravity" trattiene con se più di un elemento caratteristico degli space movies che storicamente si sono sempre opposti a quelli made in USA: i russi. Uno su tutti, un capolavoro come "Solaris", prodotto in un decennio nel quale immaginarsi nello spazio con la macchina da presa era soprattutto interrogarsi sulla vita e sulla metafisica. Questo nuovo film di Cuarón ci catapulta in un'avventura di sopravvivenza e di rinascita quasi oltre il limite estremo che separa la vita dalla morte, sullo stesso filo sottile che stacca dalla realtà la visione interiore della protagonista. È un blockbuster d'autore, evoluzione anche stilistica (la computer grafica e il lavoro sul suono sono straordinari) di un'altra gara contro la morte già raccontata da Cuarón: "I figli degli uomini", che però è un film poco riuscito. Questa volta non c'è tempo per l'indugio, il ritmo del 90 minuti è travolgente e molte immagini (e sequenze in soggettiva) sono impossibili da dimenticare.

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