giovedì 1 febbraio 2018

Stracciari e Amato / I due Foscari

Quanto emozionano questi dogi che hanno più di cent'anni!
Stracciari è Foscari oppresso da un dolore sordo ed incurabile; trovata la via dell'espressione magniloquente, certo, quella che si conviene al capo di Stato. Eppure, al tempo stesso, il suo è un tormento percosso da autentici spasimi del cuore. Ascoltate quando apre "come a prim'anni in sEno" per tornare poi subito a chiudere il suono ("fossi tu") per auspicare un cuore "freddo almeno". È questa, sapientemente preparata, l'epitome di una sconfitta inappellabile alla quale resta un solo pungente rimpianto: non poter ancora cessare di soffrirsi. Acquista così pieno senso drammatico la sezione cantabile che segue ("Ma cor di padre sei") fraseggiata con ampleur e animata tanto da dinamiche sorvegliate per merito di un'amministrazione suprema del mezzo quanto da un legato che, proprio grazie a questo ascolto, potrebbe considerarsi fra i paradigmi del termine.
Per finire, ecco il grande tour de force dell'atto terzo. Qui Amato possiede intera la caratura del baritono aulico che si esprime caldo e trepidante attraverso accenti severi: quelli impiegati per tratteggiare tanto il doge quanto il padre ("A me padre un figliolo innocente"). E giustamente, perché è il Consiglio ad averlo strappato all'amore filiale così come ora pretende di fare con un "serto" che chiama - quello sì - la parola di svolta, "onore", consegnando l'apostrofe di Foscari alla temperatura di un nuovo clima. Adesso l'afflizione malinconica del protagonista, raggiunta attraverso il velluto e la morbidezza del canto, guadagna altre inflessioni di nobile pateticità; anni luce da qualunque sbraco veristico e sempre sorprendente quanto a squillo. 



 

domenica 21 gennaio 2018

Restiamo umani

Se mi domandano quale sia la più grande sconfitta dell’umanità dall’evoluzione dei protoprimati ad oggi rispondo così: quella di non aver ancora garantito a chiunque le condizioni necessarie per vivere bene nel proprio Paese, vicino ai propri affetti, in una vita che - limitata per definizione - potrebbe esserlo troppo per tentare di costruirsi in un altrove al quale chiedere se non la felicità almeno la sopravvivenza.
Il medico legale Cristina Cattaneo, che onora la mia famiglia della sua amicizia, è dal 2014 impegnato a restituire identità ai migranti morti nel Mediterraneo. Racconta di piccoli sacchetti trovati addosso a cadaveri senza nome; esseri umani morti cercando una terra che non hanno raggiunto, tenendo stretta a sé un mucchietto della propria.
Un’istantanea ben più lieta: Kiwayu (Kenya), fine anni Novanta. La marea è bassa e cammino molto al largo con un ragazzo della spiaggia; poi finalmente nuotiamo. L'apartheid turistica non fa per me e allora mi dice: "Tu hai il cuore africano". Ripensandoci sorrido ma è un complimento bellissimo che mi tengo stretto. Il fratello vive in Olanda ma lui non ha alcuna intenzione di lasciare la propria terra e il proprio mare, anche se la pesca non è più generosa come quando era bambino. Oggi penso che sotto al mare potrebbero esserci i suoi figli, mentre vent'anni fa l'idea non mi avrebbe neppure sfiorato.
Le frasi di Fontana sulla razza bianca mi avviliscono ben più che scandalizzarmi o sorprendermi. Se lo facessero - e ringrazio che non sia così - mi spingerebbero ad inseguirle magari per ricordare che le razze non esistono e sentirsi ripetere che, forse sì, esistono davvero. Sono parole che ci riportano indietro, troppo indietro e io là non ci voglio andare.
Vivo invece come bruciante tradimento - perché arriva dal fronte progressista, e cioè il mio - quel medio-pensiero che ritiene oggi diventato "naturale" per chiunque spostarsi. In quella pretesa naturalità, che trovo molto naïve, leggo un'abdicazione della politica ad interpretare in profondità la realtà e a far proprie le esigenze dell'uomo nella ricerca dello sviluppo pieno della persona che, in un mondo dotato di tutti gli strumenti della tecnica utili a offrire ovunque abbastanza per tutti, non si vorrebbe limitata a qualificare come naturale ciò che è frutto di scelte scellerate. Mi pare, infatti, una consegna armi e bagagli ad uno dei tanti assestamenti di quel Mercato che la politica dovrebbe indirizzare, non subire.
Quanta più saggezza, verità e intraprendenza è chiusa nel motto «Restiamo umani» di Vittorio Arrigoni! Invita a riconoscerci in una finitezza armata di coraggio; in quel “restiamo” c'è qualcosa di scandalosamente conservatore. È un'esigenza che indovino negli occhi del fruttivendolo peruviano che mi mostra sul cellulare quanto è cambiata Lima in sua assenza, mentre sorride di nostalgia. La vedo nella signora delle pulizie che ha lasciato in Ucraina la madre ormai molto anziana e non riesce a vederla quanto dovrebbe.
Ci sono poi le migrazioni provocate dai cambiamenti climatici: non fantascienza ma già realtà.
E l'invito per noi stessi è sempre quello ad un consumo responsabile così come a scelte di mobilità consapevoli del fatto che il mezzo di trasporto decide se maggiore, minore o nullo sarà l'impatto ambientale e con esso le conseguenze politiche, sociali del presente e del futuro che è dietro l'angolo. Penso anche a certi viaggi aerei da molte persone consumati in sostanziale incoscienza; più che “effetto cartolina in serie” rischiano di non portare a casa.

giovedì 11 gennaio 2018

Sulla "Carmen" fiorentina

 

«Quelque chose ne va pas, mademoiselle? Mademoiselle? Mademoiselle...?»

«Comment ça s'appelle d'un côté l'innocent le coupable de l'autre?»

«Je ne sais pas, mademoiselle»

«Cherce-le, imbecille!»

«Je ne sais pas, mademoiselle»

«Mais si! Quand tout le monde a tout gâché et que tout est perdu, mais que le jour se lève et que l’air quand même se respire?»

«Cela s’appelle L’Aurore, mademoiselle»


 Prénom Carmen (Jean-Luc Godard, 1983); scénario adaptation di Anne-Marie Miéville


Poche righe sulla Carmen fiorentina in cui la protagonista uccide José (ma la pistola non spara; regia di Leo Muscato), pensando che ad un gigante come Bizet costò non poca fatica il portare alla perfezione la progressione drammatica del finale atto quarto. Si tratta, infatti, di un climax infallibile in cui tutto torna a cominciare dalle frenetiche figurazioni degli archi sul timpano quando Carmen (già avendola pronosticata nella scena delle carte) afferma di sapere che riceverà la morte per mano di José. Effetto potentissimo è la ripresa del ritornello dei couplets di Escamillo: sublime gesto d’ironia tragica (tragica, appunto) che corona la vittoria dell’eroina che ha accettato con fierezza il proprio destino. A suggello, ecco il tema cromatico discendente (la scala andalusa...) associato alla travolgente influenza di Carmen sul brigadiere.
Alla prima di una Turandot diretta da Gergiev alla Scala si era provato così poco che il tenore batté malissimo i tre colpi del gong perché lo strumento faticava a tornare in posizione: e giù risate dal pubblico. Eppure siamo qui a scriverne; chissà se succederà tra qualche anno pure a questa Carmen fiorentina. 

Il punto di partenza (e di arrivo) è sempre la musica nel suo rapporto col dramma; per la natura ambigua dell'omicidio (quale dei due amanti uccide l'altro con la pistola?) si rivedano le sequenze finali del film di Godard.
Carmen è un mito anche e soprattutto grazie a Bizet, ma è un mito che travalica l’opera del compositore. Farlo proprio per rileggerlo è cosa benemerita; non altrettanto, invece, tutto ciò che stacca la venerazione dal parassitismo. C’è pure distanza (anche di soldi in tasca) fra lo scrivere un testo ispirato a Carmen e proporlo in prosa (o magari per nuova musica?) rispetto al farsi scritturare da un teatro lirico per prendere i fischi e un cachet fatto per dimenticarli. Nel primo caso il mito si arricchisce, nel secondo - nonostante tutto - resta quello che è: ed è già moltissimo.
Alla Scala trattarono malissimo la Dante che allestì una Carmen sudata, nietzschiana, orientale; a me piacque molto. Con un finale, quello sì, che aderendo alla musica consegnava la protagonista alla ritualità funebre, sacra.

Lascerei, invece, le considerazioni intorno all'arte in rapporto alla violenza sulle donne (così come la faccenda dei nomi maschili/femminili) al sottobosco culturale dei Nardella e delle Boldrini.

venerdì 22 dicembre 2017

D'Ormesson, Tiziano, Allen, Mozart

Qualche cosa sulle ultime ventiquattr'ore.
La conversazione di D’Ormesson si legge con quel piacere che non fa star fermi sulla poltrona. Sono frasi autentiche di Napoleone che il grande scrittore anima nel dialogo insieme a Cambacérès con vivo istinto della parola teatrale; un gioiello di acume e leggerezza. Le attenzioni del primo console che sta per proclamarsi imperatore vanno al dominio di un mondo mai abbastanza vasto per la propria ambizione così come allo scialle armeno («d’un goût affreux»!) oggetto di contesa per la nouvelle noblesse dei Bonaparte. Come fu a Carqueiranne qualche anno fa, speriamo venga in mente pure ad una compagnia italiana d’inscenare il testo.
Sacra è la Conversazione del Tiziano in prestito a Palazzo Marino, dove non si possono staccare gli occhi dalle macchie cangianti della luce crepuscolare accesa di tepore e quiete riflessiva attorno alla Vergine.
Prodigi che si cercano sullo schermo quando il colore è affidato ai pennelli di Storaro. Il cinema di Allen è forse il più identitario fra quelli dei pochissimi grandi vecchi in attività. L'impressione è di trovarsi difronte a sempre nuova variazione di un tema fatto di motivi differenti che gravitano attorno allo stesso polo; non senza orgogliosi riferimenti bibliografici (qui Ernest Jones). Ben oltre il frustro meccanismo metateatrale (il bagnino drammaturgo racconta e fa la storia) sono i personaggi ad essere agiti dal cinema, proposti come paradigmi filmici, proiezioni su cellulosa di desideri e aspirazioni, tutt'uno con la vita e il grande schermo; dunque Storaro con retroilluminazioni e virate al seppia, al verde. La ruota delle meraviglie (quella di Coney Island come il circo di Ombre e nebbia) è cinema di scrittura ma assai più di attori: qui l'omaggio è alla Winslet, per nulla seconda a Jasmine (Blanchett) di qualche film fa. Il congedo è amaro al punto giusto perché ai nostri tempi l'autoillusione genera mostri.
Antonini alla Scala per Mozart vuol dire applaudire ancora un direttore capace di trovare la quadra fra nitidezza dei profili melodici e amabilità del suono, ragion pratica negli accompagnamenti e senso dell'insieme: una lettura della K427 alla ricerca d'intima tensione, emotiva e musicale nel cuore del capolavoro (il rigore severo del Qui tollis benissimo cantato dal Coro). Sono questi gli ascolti capaci di tener viva l'attenzione con ingredienti sapidi, pur in assenza di una componente basilare: il canto della coppia di soprani è, infatti, davvero impari al compito. Prima c'è la Rae, con il Mottetto, quale prototipo della cantante presunta “stilista” che passa dallo studio di registrazione alla sala per rivelare la natura di un canto fatto di suoni e suonini flautati, ridicolmente ingrossati quando trovano la nota “di forza” laddove altrove sono direttamente emessi indietro. Alla sua prestazione si è poi aggiunto il malcanto della Invernizzi con un'organizzazione vocale ripartita nel campionario di suoni spoggiati, tubati e fissi.



domenica 10 dicembre 2017

Una testimonianza su Maria Callas in "Andrea Chénier"


Un fatto simpatico sulla Maddalena della Callas. Me lo raccontò un amico che purtroppo non c’è più, callasiano scaligero “tessera numero uno”. Il soprano interpretava Andrea Chénier a Milano nel gennaio 1955. All’incontro col protagonista sotto l’altare di Marat, quando cantava «Ognora il mio destin | Sul mio cammin vi sospingea», teneva il palmo delle mani premuto sul bacino per farle poi scivolare con lentezza ed espressione verso l’inguine. Alcuni maliziosi pensarono che la Callas volesse connotare sessualmente l’incontro col poeta e che, insomma, di un particolare destino si trattasse. Il mio amico ed altri, dopo la recita, presero in disparte la Callas in via Filodrammatici per raccontarle il pettegolezzo. Lei al principio non capiva l’equivoco ma quando le fu spiegato nel dettaglio cadde dalle nuvole. Portando la mano in fronte disse: “Per carità, ma cosa mi raccontate... figurarsi se pensavo a questo!”.
Il testimone del fatto me lo riferiva a riprova dell’ingenuità della donna; prima di conoscere l'armatore greco, ovviamente.
Abbiamo davvero alle spalle, oggi, certe pruderie anni ‘50. È così che la Netrebko mai si è vista - vado a memoria - in una produzione nella quale non figurasse un letto su cui trovar modo di stendersi o di esser stesa. E non soltanto per morire di tisi, perché esplicitare i riferimenti sessuali non è più tabù.

venerdì 8 dicembre 2017

"Andrea Chénier" alla Scala




«Giustamente Marat aveva notato che i giornalisti sono i primi dispensatori di reputazione»; così Brissot nel fare il ritratto dell'Amico del popolo. Si legge nella bella antologia di Emil Cioran recentemente pubblicata da Adelphi che cura per l'Italia l'opera dello scrittore rumeno. A noi, invece, la fantasia d'immaginare Marat vivente mentre, dalla bella effige disegnata da Margherita Palli per innalzarlo sull'altare nel quadro secondo, assiste all'Andrea Chénier della Scala e forse indovina le virtù degli artisti e dell'opera assegnate con eccesso di zelo ed aggettivazione bombastica da promozione e giornalismo, l'un con l'altro armati. Del resto non è più di moda certa temperanza; troppo laconica nella comunicazione - è vero - eppure indice di umiltà e concentrazione adatte ad appuntamenti artistici d'interesse culturale. Ma oggi qui, prima di cominciare, occorre ribadire ovvietà: i trionfi si fanno con le uscite singole e l'opera si giudica dal vivo. E questo con buona pace tanto degli incensatori quanto di certe tricoteuses che attendono di veder scorrere il sangue degli artisti, magari a favore di canale nazionale. 
Come sempre il titolo, anzitutto. Nel repertorio cosiddetto verista, alla riproposta del quale promette dedicarsi il direttore musicale, Chénier è certamente lavoro fra i più amati: all'assenza trentennale dalla Scala si è dunque posto rimedio. Un ritorno che non è però tassello per la nuova valutazione del Verismo sulle tavole del palcoscenico dal momento che, provarci con Chénier, sarebbe come ristimare la letteratura fin de siècle offrendo al lettore Il piacere al posto del Trionfo della morte o dei romanzi di Vallès. Altri titoli del teatro del periodo, infatti, chiederebbero il focus del 7 dicembre: ad esempio Louise e La Wally, oppure restando al compositore foggiano Siberia, e andando ancora ad opere con prima assoluta milanese Gloria di Cilea. Eppure la presenza di Francesca da Rimini nel corso della nuova stagione è indizio di una prospettiva che il titolo di Giordano - tutt'ora fra le cento opere più eseguite al mondo - s'incarica di suggerire.  
Come l'altro maestro milanese che fu direttore musicale alla Scala, Chailly ama, più ancora che ampliare il repertorio, ricalcare i propri passi approfondendone il solco. Per questa ragione il suo Chénier si richiama a quello dell’85 che vantava cast decisamente più solido, specie nelle accensioni melodrammatiche a garanzia della complessiva tenuta narrativa. Oggi l'ottima prova dell'orchestra, che è magnificamente equilibrata dal grande concertatore, sfoggia un suono ricco e dai contorni ancor più arrotondati. Da riascoltare la levità trasparente e trasognata del concertato quadro secondo nella quale il direttore mette a decantare il lungo motivo degli archi; pure molto belli i colori sulle tinte calibrate ai legni quando si fa notte al biancastro chiarore di lampioni e lanterne. Ma anche tutto lo squarcio processuale del quadro terzo è restituito da Chailly con gravità oratoriale e dal coro con partecipazione vibrante; qui la riapparizione del tema del duetto Maddalena/Chénier guadagna un nitore modernissimo, forse addirittura inedito. Quanto ad urgenza drammatica è certo uno Chénier non poco disinnescato, che ci avvantaggia piuttosto nella comprensione della scrittura giordaniana mai incolta o trascurata. Più in generale, sta in altre interpretazioni quella duttilità - non dei contorni sonori - ricercata fra l'assortimento di gesti musicali capaci di rendere in continuazione stimolante il rapporto tra buca e palcoscenico.
Il capolavoro di Giordano è opera composta un po’ con quella febbre che scalda molti personaggi nei romanzi e sulle scene in quello scorcio di secolo XIX; individualità che debordano dalla trama per farsi paradigma, e poi paradigma al quadrato come sono le interpretazioni di cantanti entrati nella leggenda. Difficile è riconoscere un comune denominatore ai compositori del Verismo. Piuttosto esiste una intensità verista; una febbre che, nel tempo, ha condotto certi effetti al parossismo. Laddove Puccini costruisce con logica drammatico-musicale ferrea e pervasiva, in Chénier la narrazione avanza mediante stimoli di segno diverso che in più momenti, per reggersi, hanno bisogno di trovarsi in contrasto. È un procedimento che mantiene in tensione differenti registri drammatici; caratteristica della scrittura giordaniana che conduce, negli esiti più felici, fino alla Cena delle beffe e che è pure cifra musicale alla quale soccorre la brevità nel taglio degli atti. Cito, ad esempio, quell’effetto cercato già al principio nell'invettiva di Gérard che, rapidissima, diventa il molle sguardo di Maddalena sul tramonto cui risponde l'«Eterna canzon»: ragione principale del dramma, posta qui in dialettica col suo romantico alter ego (la morte evocata dal baritono). 
Un altro direttore nemico degli applausi a scena aperta, Antonino Votto - che certa vulgata vorrebbe sia stato poco più che un ragioniere del podio - sorprende come fa spesso quanto a ricezione della strategia drammatica cercata da Giordano, offrendo una direzione febbricitante proprio nella pagina che dà abbrivo all’azione (sarebbe splendido possedere il passo anche nella registrazione di De Sabata). Laddove il Settecento dei salotti è frivolo e distaccato per lo sguardo deformante del fin de siècle - si pensi al tocco nervoso ed abbreviato che ritroviamo in Chénier durante l'attesa degli ospiti come nei soggetti ispirati a Boldini dal secolo dei Lumi -, quel Settecento è pure capace di farsi (la varietà, gran pregio!) mollezza vaporosa nel Coro di Pastori e Pastorelle. Con Votto, ecco la punta secca e nervosa del disegno, poi l'acquerello ed infine un'esecuzione satirica e ammiccante del passo di gavotta che chiude il quadro primo.
Ieri sera il palcoscenico rispondeva alla buca dell'orchestra con il personaggio eponimo affidato a Yusif Eyvazov. Il suo mezzo incapace di guadagnare penetrazione in sala è adatto ad altri teatri o magari ad una terza distribuzione, quando alla Scala era dato ascoltarne più di una. La voce del tenore latita al centro in cui la parte del poeta dovrebbe cercare i punti di forza dell'espressione e dell'accento; è di timbro infelice e a tratti morchioso al quale si aggiunge un'attitudine interpretativa generica sino allo scolastico che non riesce a cancellare l'impressione di trovarsi costantemente in agguato. Se certo non lo soccorrono le doti sceniche, lo studio gli ha fatto però guadagnare acuti sicuri che testimoniano una natura da tenore leggero. Se è impossibile domandare a Eyvazov una caratterizzazione musicale a tutto tondo del ruolo, i momenti di medio respiro sono ben legati e proposti con un garbo che meriterebbe provarsi in altra musica che non sia, ad esempio, la difesa al tribunale o lo slancio del duetto quadro secondo
La scrittura di Maddalena pone la voce di Anna Netrebko a contatto scoperto con la zona tra centro e grave attorno alla quale, già da Fa, il suo generoso mezzo tende a impastarsi. Se il fatto è evidente pure nel canto di conversazione del quadro primo (in cui anche l'articolazione lascia a desiderare), il soprano possiede però quei ferri del mestiere che le consentono di puntare sulle risorse migliori del proprio canto: ed ecco le belle smorzature nei duetti con l'amato e le dinamiche trovate nella «mamma morta». Si dirà, a ragione, che gli acuti non possiedono lo splendore di qualche anno fa e che fraseggio e accento non sono indimenticabili. Eppure c'è nell'artista una saldezza tecnica e di mezzi davvero sconosciuta a molte, troppe, sue colleghe; quella robustezza che consente alla Netrebko di adattarsi anche quando certe prese di fiato compromettono la linea delle frasi e l'intonazione non è immacolata.
Tutto fuorché pura è anche l'intonazione del baritono Salsi, Gérard che si colloca nel filone di quelli più parlati che cantati, anche se il mezzo è tutt'altro che di limitata estensione. Ma il cantare sul respiro come, ad esempio, bisogna fare nella sezione centrale di «Nemico della patria», richiederebbe una ampleur che solo un'amministrazione rigorosa della tecnica permette e un mezzo grosso di natura definisce, quello che in teatro Salsi non fa ascoltare. Quando la dinamica sfuma, non mancano irrigidimenti e nasalità («gigante mi credea», «io della redentrice figlio» e «il sognato destino»). Già nella sortita del quadro primo, Salsi profila un Carlo arcigno ben più che adirato, lontano dai tratti di un personaggio le cui ripulse siano ben temprate dall'esperienza e dalla letture, modellato più dallo sforzo che dalla definizione musicale; a tali mancanze s'incarica di sopperire la figura scenica capace d'imporsi, più avanti, difronte alla specchiera in stile impero (libertà concessa al regista dai tanti anacronismi del libretto). 
Nel ricco comprimariato risalta l'Incredibile di Bosi mentre non sarebbe guastata una Bersi con acuti (quelli medi della parte) che suonassero più "avanti" e una Madelon meno sorvegliata nell'espressione; lo squarcio saprebbe commuovere con pochi accorgimenti.
La regia di Martone si avvantaggia dalle scene della Palli, disegnate con tratto elegante e stilizzato nemico del bozzettismo, e dalla restituzione priva di forzature di un senso della Storia ammalato di disillusione: si apprezzava nel bellissimo Noi credevamo (2010). Il cinema suggerisce al regista qualche soluzione che ben si adatta al palcoscenico come i fermo-immagine per imprigionare gli invitati, fantocci di un mondo trapassato. Non è quello il giardino d'inverno ma un salotto in cui le boiseries dorate attorno ad ampi specchi non rilucenti contribuiscono a definire un clima antiquato che il palcoscenico in rotazione, come la Storia che passa e travolge, ci sottrae lasciando gli aristocratici all'ultimo giro di gavotta. Davvero troppo poco affollato per restituire la foule animée è invece il principio del quadro secondo, forse allo scopo di privilegiare l'impatto visivo del quadro seguente con una gradinata frontale molto bene infervorata e poi arrestata sullo stop-motion. Se il lavoro di recitazione pare aver lasciato al terzetto dei protagonisti ampio margine di manovra, Martone ha scommesso sulle suggestioni che l'ambientazione rivoluzionaria del libretto sollecita piuttosto che sui luoghi originari, fino a indirizzare al proscenio (sipario chiuso e mezze luci in sala) l'attenzione di un pubblico chiamato a far proprio l'appello patriottico e poi congedato sulla livida alba parigina un momento prima che il boia faccia accomodare sulla ghigliottina i figli della Nazione.





   

mercoledì 29 novembre 2017

Detroit

Nei suoi nuovi 143 minuti (da guardare rigorosamente in lingua originale) la Bigelow è ancora una volta capace di stare dentro alla storia, sia quella con la esse minuscola che quella con la esse maiuscola. Ed è allo stesso grado maestra nel convincere lo spettatore di trovarsi in una realtà che per essere compresa ha bisogno non soltanto di essere attraversata ma di fare prigionieri.