venerdì 27 novembre 2020

Luoghi del cuore

 Dodici luoghi del cuore:

- il palmeto di Tozeur che in bicicletta sembra meno esteso di quanto sia in realtà e incomparabilmente più divertente. 

- l’hotel-museo Yeneka di La Paz in Baja California, porto delle illusioni dove l’ospitalità è mediterranea. 

- la basilica di San Clemente a Roma perché porta addosso la carne del tempo che passa. 

- la Naqsh-e Jahan di Esfahan (Iran) dove il gelato allo zafferano si mangia sdraiati fra giardini e fontane abitando la piazza del paradiso. 

- il tempio giainista di Ranakpur (Rajasthan) dal quale non si riesce ad andar via. 

- il negozio di stampe e disegni che sta a Yanaka, il più vecchio quartiere di Tokyo, luogo di silenzio e riconciliazione. 

- la Tabaccara di Lampedusa per il meriggio in barca che è certezza di guardare l’acqua più bella del Mediterraneo illuminata da sole implacabile. 

- la Tasca do Jaime di Lisbona perché è il ristorante ideale per il fado.

- la Maldita Milonga in calle Peru a Buenos Aires per suoni, forme e calore del tango.

- la casa di Maria e Fernando a Remedios (Cuba) perché si è a casa. 

- le Fondamenta delle Zattere a Venezia per ricordarsi a sera tardi in quale porzione di mondo ci si trova, assimilando ricordi al suono dell’acqua. 

- l’isoletta di Kirá Panagiá nel parco marino di Alonissos, ristoro ai velisti e conforto ai monaci del Monte Athos.

giovedì 5 novembre 2020

Rousseau ad Apollinaire

 




Caro amico,
sono mortificato di doverti scrivere queste righe, non avendo voluto davanti a quei signori spiegarti la mia situazione di questo periodo. Ho delle scadenze e per giunta un conto piuttosto salato da pagare al mio fornitore di colori.
Sono davvero imbarazzato e stasera non ho che 15 centesimi per la cena. È vero che ho la mia pensione, altrimenti come farei? Ma non ho potuto metterla da parte, purtroppo.
Quando realizzo un quadro che mi richiede due o tre mesi di lavoro, bisogna che io mi sostenti, che mi possa permettere il tempo e le materie prime.
In attesa del piacere di vederti, una cordiale stretta di mano. I miei omaggi alla tua Musa.
Il tuo amico che conta su di te

Henri Rousseau

(telegramma a Guillaume Apollinaire, 1908)

domenica 1 novembre 2020

The Killing of a Chinese Bookie

 
🎵 Imagination is funny, it makes a cloudy day sunny 
Makes a bee think of honey just as I think of you. 
Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy 
Starts you asking a daisy "What to do, what to do?". 
Have you ever felt a gentle touch and then a kiss 
And then and then, find it's only your imagination again? 
Oh, well. Imagination is silly, you go around willy-nilly 
For example I go around wanting you... 🎶 

The Killing Of A Chinese Bookie (1976) di John Cassavetes 

venerdì 30 ottobre 2020

I walk the line



 

Un film cupo, disperato e fra i migliori di Frankenheimer, ambientato in una provincia americana che sembra senza tempo: gli adulti producono whiskey illegale e i bambini giocano già a immaginarsi soldati. I walk the line esce nel 1970. Nixon è presidente, mentre il grande regista newyorkese, sostenitore di Robert Kennedy, aveva curato la sua propaganda cinematografica durante le presidenziali del ‘68. Un’immagine di J.F. Kennedy si vede nello schermo, sul quale per la prima volta dopo diciotto minuti dall’inizio del film scorrono immagini in campo lungo e il sonoro riproduce l’eco della sala vuota.

Sceriffo Tawes: “Hai mai visto un tribunale?”
Alma McCain: “No, signore, mai.”
Sceriffo Tawes: “C’è stato un incendio qui nel ‘28, ma l’hanno costruito di nuovo”
Alma McCain: “Però è tale e quale come se fosse nuovo, no?”
Sceriffo Tawes: “Non penso che un tribunale sia mai nuovo. Ci sono un sacco di posti a sedere e... oh, questo sarebbe il banco dei giudici. E la bandiera americana.”
Alma McCain: “Quella la conosco. Intendo la bandiera.”
Sceriffo Tawes: “Spero bene che tu conosca la bandiera.”
Alma McCain: “Perché ho giurato fedeltà alla bandiera. Certo però che non ho giurato fedeltà ad una bandiera così grande, io.”

Elenco alfabetico di cineasti

Elenco alfabetico (per nome proprio!) di cineasti, nati fra gli anni ‘20 e ‘40, che hanno girato almeno un lungometraggio negli ultimi dieci anni. Poi, elenco di autori di respiro internazionale attualmente in piena attività. 

[work in progress]

 
- Alejandro Jodorowsky
- Brian De Palma
- Carlos Saura
- Claude Lelouch
- Clint Eastwood
- Dario Argento
- David Cronenberg
- Edgar Reitz
- Francis Ford Coppola
- George Miller
- Hayao Miyazaki
- Im Kwon-taek
- Jean-Luc Godard
- Ken Loach
- Marco Bellocchio
- Martin Scorsese
- Michael Haneke
- Michael Mann
- Mike Leigh
- Oliver Stone
- Paul Schrader
- Paul Verhoeven
- Pedro Almodóvar
- Peter Bogdanovich
- Peter Greenaway
- Philippe Garrel
- Ridley Scott
- Roman Polánski
- Stephen Frears
- Steven Spielberg
- Takeshi Kitano
- Terence Davies
- Terrence Malick
- Terry Gilliam
- Werner Herzog
- Wim Wenders
- Woody Allen 
 
Abdellatif Kechiche
Abel Ferrara
Alejandro Amenábar
Alejandro González Iñárritu
Aleksandr Sokurov
Alfonso Cuarón
Andrej Petrovič Zvjagincev
Ang Lee
Ann Hui
Apichatpong Weerasethakul
Asghar Farhadi
Barry Jenkins
Béla Tarr
Bong Joon-ho
Bruno Dumont
Călin Peter Netzer
Carlos Reygadas
Christopher Nolan
Damien Chazelle
Darren Aronofsky
David Fincher
Denis Villeneuve
Derek Cianfrance
Franco Maresco
François Ozon
Gaspar Noé
Giuseppe Tornatore
Guillermo del Toro
Gus Van Sant
Hirokazu Kore'eda
Jafar Panahi
Jean-Pierre e Luc Dardenne
Jia Zhangke
Jim Jarmusch
Joel ed Ethan Coen
Joshua Oppenheimer
Julian Schnabel
Kathryn Bigelow
Lana e Lilly Wachowski
Lars von Trier
László Nemes
Lav Diaz
Leos Carax
Lou Ye
Luc Besson
Luca Guadagnino
Mario Martone
Martin McDonagh
Matteo Garrone
Michael Moore
Michel Gondry
Michelangelo Frammartino
Mohsen Makhmalbaf
Nanni Moretti
Nicolas Winding Refn
Nuri Bilge Ceylan
Pablo Larraín
Paolo Sorrentino
Paul Thomas Anderson
Paweł Pawlikowski
Pietro Marcello
Quentin Tarantino
Richard Linklater
Robert Eggers
Roberto Minervini
Sam Mendes
Sean Penn
Shin'ya Tsukamoto
Sofia Coppola
Spike Jonze
Spike Lee
Steve McQueen
Steven Soderbergh
Tim Burton
Tony Gilroy
Wes Anderson
Wong Kar-wai
Xavier Dolan
Yorgos Lanthimos
Zhang Yimou

giovedì 29 ottobre 2020

Sui teatri

 

L’articolo (https://www.wittgenstein.it/2020/10/28/la-storia-dei-teatri/?fbclid=IwAR38qh5-UGx93VoAz2WdktdDrAkNspL_9xgNvjzj66GR1ppSyVt7nHWiIT0) è superficiale, viziato da pregiudizio culturale (perché la Scala non sarebbe servizio pubblico?) ma valida è la presa di posizione di fondo. Sin qui il dibattito sui luoghi per musica è stato inquinato, scollegato com’è da una realtà profondamente mutata nei decenni.
Troppi confondono le necessità di chi fa musica con quelle di chi ne fruisce da spettatore. Certo: assistere dal vivo a opere e concerti offre opportunità senza raffronto rispetto alla fruizione domestica. Va anche detto che, per esperienza, ho verificato che coloro i quali si vantano di non possedere che due o tre dischi e, per converso, di assistere e d’aver assistito a migliaia di esecuzioni dal vivo (talvolta è puro presenzialismo), non capiscono nulla di musica. In un contesto repertoriale come il nostro, la cultura d’ascolto è fatta di confronti ragionati che si alimentano e perfezionano in casa, pure leggendo, perché farsi staccare il biglietto dalla maschera non basta.
È paradossale il veder ridicolizzato lo streaming da parte di un conduttore radiofonico la cui trasmissione vive grazie ad ascolti piratati su YouTube, ormai senza neppure muoversi da Roma se non per impegni professionali che presuppongono altri retributori.
Di cosa stiamo parlando allora? Di fruizione? No. Parliamo del lavoro di chi suona, di chi canta, di chi danza, di chi allestisce, di chi fa vivere un’istituzione musicale. C’est ça l’enjeu. Un artista ha bisogno di esibirsi e di crescere giorno per giorno in una realtà musicale a tutto tondo. Dobbiamo far sì che questo torni possibile al più presto e in condizioni ottimali. A queste tante realtà lavorative bisogna imperativamente dare conforto. In un paese in cui negli ultimi decenni è cresciuto il numero di ricchi, non dovrebbe essere difficile. Parliamo di lavoro, allora, non di fruizione.
Nei tempi che furono, durante le epidemie le compagnie chiudevano e si andava altrove. Il nostro altrove sono i mezzi di comunicazione. Per un po’ sarà così.
Su, lo spirito non si uccide con dischi e streaming. Il portafogli degli artisti invece sì (e la questione del diritto d’autore è altra cosa ancora).
Abbiamo letto perfino, in queste settimane, che “se un’opera non si rappresenta scompare”. Il delirio, insomma. Sono dichiarazioni di gente fissata che non sa dove sbattersi (o da chi farsi sbattere); perlopiù giornalettismo presenzialista in eterna fregola. Non si contano, infatti, i piagnistei di gente che a teatro si siede senza mai sganciare un euro.
Chi ha su e giù la mia età è testimone, da vent’anni perché ha vissuto quelli del prima, di un’autentica rivoluzione; pandemia a parte, ammesso e non concesso che si possa metterla a latere.
Nessuno si è reso conto che la stragrande maggioranza delle performance sono già concepite per la fruizione mediata dai mezzi di riproduzione? Sarà questa della pandemia soltanto una tappa che ricorderemo certo senza nostalgie oppure in ballo c’è qualcosa di più profondo, sotto il profilo estetico? Non fateci vivere di ricordi, questo è certo. Ma provo a fare un elenco neppure troppo in disordine di cose avvenute negli ultimi vent’anni: 
 
- Restringimento dei posti a disposizione, per motivi di sicurezza.
- Sopratitoli o sottotitolazioni destinati ad accentuare privilegiandola la fruizione cinematografica del testo.
- Abbreviazione e soppressione di intervalli per rendere più compatta la fruizione.
- Voci indietro e che in teatro non corrono, a vantaggio di un generoso gioco scenico.
- Interesse sempre più preponderante per la componente visiva.
- Offerta esplosa di musica videoregistrata fruibile gratis su YouTube che, quando non la solletica per il neofita, diminuisce la fame di musica dal vivo.
- Nuovo pubblico e sempre più estemporaneo.
- Il general manager del Met mette in guardia dalla cannibalizzazione del cinema a proposito delle opere proposte là.
- Regie che traggono principale ispirazione dalla figurativa del cinema d’autore e da quella televisiva.

mercoledì 28 ottobre 2020

Su Cassavetes

Da 1.20:58 c’è Sul bel Danubio blu, primo scherzoso omaggio al volo kubrickiano che precede questo di tre anni. Sono sequenze bellissime, coi riflessi della città sul parabrezza dell’auto filmata di sbieco, dall’interno. Poi, come fossero stelle, le luci di Los Angeles con movimento della mdp da sinistra a destra; che siano state girate su all’Osservatorio Griffith? Qualche secondo prima di Strauss, ancora suonava nel cinema la Marsigliese di Casablanca. Là, nella sala, Minnie e Moskowitz si scambiano confessioni intime e sincere. Così comincia il momento più armonioso del film.

Non riesco in questi giorni a guardare altri film che quelli di Cassavetes, e cioè a riguardarli. Ho proprio bisogno della loro spontaneità studiatamente improvvisata, della libertà e della fisicità un po’ carnevalesca del campionario umano del regista, che pedina per strade e ambienti di New York e Los Angeles negli anni ‘70.