Ventun'anni (1998) non sono i trenta, o giù di lì, che ci separano a
Milano dalle ultime apparizioni scaligere della Horne, di Pavarotti o
dai Vespri siciliani. Ma sono un lasso di tempo adeguato per fare dei
raffronti, e fa piacere sapere che Chovanščina (nel secondo dopoguerra
alla Scala ha tradizione esecutiva di una certa frequenza) abbia
lasciato negli spettatori degli anni '90 un vivo ricordo. Almeno in
quelli fra loro che videro davvero lo spettacolo dal vivo, perché - come
si sa - caratteristica tutta peculiare al mondo dei fruitori d'opera è
quella di aggiungersi qualche anno di frequentazione per poter dire,
parafrasando il Manzoni, «io c'era».
Erano davvero belle serate, in
un inverno milanese freddo come ormai solo nei ricordi e, quando il
clarinetto attaccava la sua frase nel Preludio, sembrava già di essere
condotti per mano sulla Piazza Rossa (la scena si apre là) a provare
ancor più freddo.
La produzione fu "trainata" da un successo
vivissimo: quello del concerto tenuto in giorno prima da Orchestra e
Coro del Mariinskij-Kirov, sempre sotto la bacchetta di Gergiev
(programma: Nevskij e Quadri). Le notti bianche erano a Milano,
insomma; e in bianco erano quelle di chi faceva la fila al freddo per
prendersi il biglietto. Ne valse davvero la pena perché l'ascolto
sinfonico fu entusiasmante e gli applausi non finivano più. Nostalgia
adesso (molta!) del rapporto instauratosi all'epoca - a qualche anno di
distanza dal crollo dell'URSS - con istituzioni, cultura e storia russa
che facevano visita regolare all'Italia sul suo massimo palcoscenico;
quanto alla realtà presente delle relazioni fra Occidente e Russia fate
voi il confronto.
Tanto più che lo spettacolo era proprio quello
consumato da anni ed anni sulle tavole del Kirov: colori vivaci a metà
fra Repin e technicolor russo, fondali dipinti e scenotecnica d'antan.
Era come essere là senza muoversi da casa.
Gergiev guadagnava il
podio (vidi quattro recite) sempre in ritardo di 6-7 minuti. Per la
Scala un'enormità; le ragioni si bisbigliavano fra le maschere
dell'anticamera di palcoscenico.
Siccome Chovanščina, con
l'orchestrazione sontuosa e materica di Šostakovič, è sì opera di cori
ma altrettanto di cantanti con risorse cospicue e canto buono e
possibilmente anche bello, il successo era diviso fra compagini
scaligere (alcune signore, con ancora in testa le note del Concerto,
credettero che Coro e Orchestra fossero sempre quelle russe, tanto il
suono era stato plasmato in quel senso da Gergiev) ed interpreti come la
Diatkova, Galusin e Grigorian. All'ingresso in scena la voce di
Burchuladze testimoniava, a chi non lo sapesse, cosa s'intende per
“mezzi imponenti”.
L'istante dell'omicidio di Ivan Chovanskij
lasciava tutti letteralmente a bocca aperta, forse perché non c'erano i
sopratitoli a “distrarre” e in qualche misura a suggerirlo. Il tutto,
infatti, avveniva con rapido e inatteso effetto teatrale.
Non altrettanto successo arrise, sempre a Milano qualche anno dopo, al Boris Godunov.
[dopo la recita]
Con gli anni la direzione di
Gergiev mi sembra diventata più asciutta, meno evocativa nei colori ma
di teatralità meglio ricercata. Nel cast si distingue Stanislav Trofimov per un Dosifej di spiritualità umanamente rassegnata.
Davvero d'altro valore, guardandola ancora una volta, la regia viennese di Kirchner (1989) per la Chovanščina diretta da Abbado, col finale raggelante e oltremondano immerso nella luce bianca che spalanca un abisso.
Stravinsky lo scrisse in un anno magico: 1913. Anche sulla scena quel finale fu da antologia, sintesi di quando il pensiero incontra
l’immagine e il teatro; una
produzione che resta fondamentale per capire l'opera. Poco davvero a
che spartire con la regia di Martone laddove ha assemblato pigramente
situazioni a metà tra softcore e telegiornale che non scalderebbero
neppure i dentisti del mercoledì sera al cinema e che su un palcoscenico
restano (come già nella Cena delle beffe) inserti fra parentesi: un
vorrei ma non riesco privo di effetto teatrale.
giovedì 28 febbraio 2019
venerdì 11 gennaio 2019
Chabrol e una lista
Sembra un meme ma non lo è. Chabrol era molto simpatico, si divertiva parecchio e continua a far sorridere ogni tanto.
Su richiesta di un amico che non sa a che punto io detesti le classifiche dei “migliori” ho scritto un elenco di film: quelli che si riguardano con l’emozione rinnovata dalla scoperta di nuovi particolari, spunti di riflessione, suggestioni diverse. Tutti film capaci di riflettersi pure oltre il cinema, anche per fame di verità.
Copio qui la lista: titoli originali in rigoroso ordine sparso.
Certe cose hanno parecchio di antipatico e, coi limiti di ogni lista, a compilarla è stato essenzialmente l’istinto. Non è dunque l’elenco dei “migliori” ma di quelli che lasciano aperta la via:
The Passenger (Antonioni)
La chambre verte (Truffaut)
L’avventura (Antonioni)
Peter Ibbetson (Hathaway)
Rear Window (Hitchcock)
La Règle du jeu (Renoir)
Ai no korīda (Ōshima)
La Grande Illusion (Renoir)
Le Trou (Becker)
Campanadas a medianoche (Welles)
Le Plaisir (Ophüls)
Les Enfants du paradis (Carné)
The Act of Killing (Oppenheimer)
La dolce vita (Fellini)
There Will Be Blood (P. T. Anderson)
Andrej Rublëv (Tarkovskij)
Le Boucher (Chabrol)
2001: A Space Odyssey (Kubrick)
La pianiste (Haneke)
Kumonosu-jō (Kurosawa)
L’Atalante (Vigo)
Fanny och Alexander (Bergman)
Vertigo (Hitchcock)
Persona (Bergman)
Blade Runner (Scott)
Pierrot le fou (Godard)
Her (Jonze)
Videodrome (Cronenberg)
Ordet (Dreyer)
Ugetsu monogatari (Mizoguchi)
8½ (Fellini)
La Règle du jeu (Renoir)
Eraserhead (Lynch)
Salò o le 120 giornate di Sodoma (Pasolini)
Rashōmon (Kurosawa)
The Man Who Shot Liberty Valance (Ford)
Fury (Lang)
La chambre verte (Truffaut)
L’avventura (Antonioni)
Peter Ibbetson (Hathaway)
Rear Window (Hitchcock)
La Règle du jeu (Renoir)
Ai no korīda (Ōshima)
La Grande Illusion (Renoir)
Le Trou (Becker)
Campanadas a medianoche (Welles)
Le Plaisir (Ophüls)
Les Enfants du paradis (Carné)
The Act of Killing (Oppenheimer)
La dolce vita (Fellini)
There Will Be Blood (P. T. Anderson)
Andrej Rublëv (Tarkovskij)
Le Boucher (Chabrol)
2001: A Space Odyssey (Kubrick)
La pianiste (Haneke)
Kumonosu-jō (Kurosawa)
L’Atalante (Vigo)
Fanny och Alexander (Bergman)
Vertigo (Hitchcock)
Persona (Bergman)
Blade Runner (Scott)
Pierrot le fou (Godard)
Her (Jonze)
Videodrome (Cronenberg)
Ordet (Dreyer)
Ugetsu monogatari (Mizoguchi)
8½ (Fellini)
La Règle du jeu (Renoir)
Eraserhead (Lynch)
Salò o le 120 giornate di Sodoma (Pasolini)
Rashōmon (Kurosawa)
The Man Who Shot Liberty Valance (Ford)
Fury (Lang)
sabato 8 dicembre 2018
"Attila" alla Scala
Per riconoscere anche in questa partitura quale sia la riflessione politica del compositore, assai più sfaccettata che non quella di un dramma patriottico tout court come La battaglia di Legnano, basterebbero la funzione determinante affidata al tema dei Druidi «profeti del mal» nel Preludio e la trasformazione del finale dell'opera, inizialmente immaginato da Solera come luogo per un inno dal sapore mistico e trionfale.
Fatale è sì, per l'Unno, «seder collo stranio»; non quanto sarà, però, il convolarci a nozze. Ma è proprio in quel passo del libretto (atto secondo, scena sesta) che sta buona parte dell'armanentario lessicale e del colore orchestrale oltremondano che troveremo, di là a breve, in Macbeth. Non è ancora il cielo da cui precipita l'ombra più sempre oscura ma quello «in cui si adunano i nembi», «di sangue tinti» e i «sinistri augelli» e l'«infausto grido» che «urlò lo spirto infido»; certo un demone altrettanto nordico.
È da preludi, sinfonie ed ouverture che Verdi costruisce la strategia drammatica instradando l'ascoltatore verso lo snodo fondamentale della vicenda: non l'amor di patria che palpita nel contesto barbarico ma la fragile precarietà del potere e di coloro che ne indossano la porpora, in attesa che su essi inesorabile piombi il destino. È una tematica che assume importanza sempre maggiore nella drammaturgia verdiana: segno di una radicalizzazione pessimistica che conduce ad una dimensione pure metafisica (itinerario da Simon Boccanegra a La forza del destino e Messa da Requiem), includendo l'insanabile dissidio che shakespearianamente oppone l'uomo ad una realtà offuscata da segni contradditori (Macbeth, Rigoletto, Un ballo in maschera, Otello).
Il rilievo conferito al materiale tematico del Preludio di Attila (do minore) nella costruzione dei significati dell'opera si avvantaggia pure di una funzione strutturante. L'atto primo comincia, infatti, con un'introduzione strumentale (sol minore) che incornicia il recitativo di Odabella e lo accompagna alla Romanza con un materiale affatto simile (femminile ed elegicamente doloroso sino a rompere in singhiozzi sul palpito espressivo delle terzine) a quello del Preludio (da batt. 16), creando così un ponte semantico tra il pianto sfrenato del dolore privato della vergine Odabella e l'avvertimento premonitore dei Druidi al loro incauto re. Anche così la protagonista femminile guadagna un rilievo tutto particolare che saldamente la associa ad Attila ponendo in relazione, per le orecchie dell'ascoltatore attento, la solitudine dello sfogo luttuoso con la penosa fragilità dell'uomo di comando. Sono richiami interni che meriterebbero approfondimento altrove.
Attila, come già detto, si legge pure guardando indietro da Macbeth ma a ben riconoscere muovendo già da Nabucodonosor (la penna è quella di Solera, sensibile all'affresco mistico-politico) e dai Due Foscari. Ho sempre riflettuto riguardo al rapidissimo finale di Attila, fatto da Verdi coi versi di Piave: cosa c’è di più ferocemente ironico - inteso come valenza ironica, cioè prospettica - del tiranno barbaro del V secolo che muore avendo sulle labbra le parole di Gaio Giulio Cesare? Anche Attila è figura tragica del potere che annienta sé stesso, come Macbeth. Ed è anche il primo personaggio verdiano a morire in una pausa musicale che lo pone in primissimo piano, con un congedo che ne mima il rantolo, teatralissimo. Per raccogliere il suo ultimo respiro il repubblicano Verdi, che aveva chiamato i propri figli coi nomi romani di Virginia e di Icilio, lascia il compito all'artefice di una vendetta anzitutto privata, paterna, e a due figure maschili tutt'altro che esaltanti nel raffronto con la statura del nemico. A loro, dunque, le ultime festose e stranianti battute che rapidamente congedano «Dio, popoli e re»; saranno altrettanto rapide e alienanti quelle che risponderanno alla cupa elezione al soglio del doge Boccanegra. Se è certo ben più commuovente la morte di Francesco Foscari, Verdi sembra dirci qui che non gli dispiacerebbe veder scendere una lacrima persino per il feroce Attila.
La riflessione ad ampio raggio politica ed esistenziale dell'uomo Verdi è stata trascurata dal convegno organizzato a metà novembre dalla Scala convocato però sotto un'insegna bellico-risorgimentale volutamente fuorviante, essendosi occupato per diversi interventi a ragionare attorno al rapporto fra produzione e ricezione come pure a ridimensionare la natura patriottica di Attila. Ma la questione, uscita per la porta, è rientrata dalla finestra grazie alla lettura giobertiana che ha proposto Rostagno, con volontà di non sottrarre affatto Attila al contesto della metà anni '40 ma anzi di collocarlo nel preciso momento di una riflessione politica. Del resto, tanto il Risorgimento quanto le aspirazioni di Verdi furono mutevoli e articolate nel tempo.
Poi, certo, quando si sale sulle tavole del palcoscenico si ritrova tutta immanenza del teatro verdiano: quello che s'identifica in personaggi usciti dalla penna di un compositore che non aggiunge mai la musica alla parola ma che di quelle parole e di quei gesti fa musica grandissima.
Qui poche parole sull'opportunità di proporre il titolo per la serata inaugurale, ricordando che se è manifesta l'intenzione di fare con Attila ponte fra Giovanna d'Arco e un prossimo Macbeth diretto da Chailly, si dovrebbero tenere in considerazione anzitutto orizzonti di amplissimo respiro per sondare un repertorio plurisecolare indispensabile alla programmazione musicale di un grande teatro. L'ultima nuova produzione di Attila risale, infatti, ad appena sette anni fa ma il maestro Chailly domandava al pubblico del convegno: «Con cosa dovrei inaugurare? Con Aida? L'ho già fatta, signori». Trascurando il lunghissimo elenco di titoli che attendono il focus del 7 dicembre, diremo solo che vedere la Scala chiusa il 13 novembre, data dell'anniversario rossiniano, e senza progetti operistici pure per quello di Boito offre, fra diversi spunti di riflessione, misura precisa della scelta del direttore musicale: quella di disegnare un percorso di senso del tutto proprio.
Tratto fra i più distintivi di Attila è la tinta, lemma verdiano. È questo un aspetto determinante di Macbeth, e già avvicinato nei Foscari dove però gli dispiaceva l'unformità, pericolo mortale, il che suggerì al compositore per la sua nona opera di dosare sapientemente, accanto agli affondi lirici della vena sentimentale, una scrittura scarna con trattamento dello strumentale richiedente spessori e contrasti di natura coloristica e dinamica, pure con ricercata brutalità. Fanno il resto una certa stringatezza di forme e un rigore di tratto che si apprezzano in tutta evidenza nei cori, nelle infiammate cabalette, nella condotta dei recitativi e che grazie a una stilizzazione nervosa e tagliente contagiano con spatola aguzza pure l'andante del concertato, cuore del solenne convito di Attila. Pagina strana, si dirà; e strano è aggettivo che Verdi userà per argomentare riguardo a Macbeth. Il tutto è convocato dal compositore, insomma, per richiamare dove serve un clima ferino e corrusco, da alto medioevo, al quale certo lo indirizzava pure la ricerca figurativa.
Nella discografia ufficiale e non (quasi tutta con direttori italiani), un posto centrale anche per l'assiduità di proposta spetta a Muti che si colloca ben oltre la posizione di compromesso fra la accensioni troppo sbrigative di Santi e la riflessività compassata di Bartoletti. Questo perché le letture di Muti, oltre alla tinta (aspetto già in misura intuito da Giulini in un'edizione che merita il riascolto), trovano pure lo spessore coturnato e tribunizio che si conviene ai personaggi e alle ragioni storiche, non quelle di un dramma borghese.
Dimostrandosi
in tutta evidenza votato alla vena lirica, quello che prelilige la sua
clarté musicale, Chailly non copre neppure una sillaba del canto e
azzera qualunque rischio di condurre un'orchestra di sonorità
ingombrante; ricordiamo bene, invece, la direzione fracassona di
Luisotti. Ma il suo Attila non è riuscito però ad
eludere un effetto di compressione enfatica che quando le sonorità sono estremamente misurate
nel rapporto col palcoscenico sul quale agiscono cantanti, tenore a
parte, di mezzi non corposi o tantomeno torrenziali nella grande sala,
si vorrebbe, appunto, fronteggiato con volumi e passo incalzante laddove
necessario, per sfuggire qualunque uniformità di tono. Ieri sera dalla
buca dell'orchestra guidata da Chailly arrivavano linee
melodiche estremamente smussate nei profili ma in definitiva gracili,
poco vivificate da quella tensione interna che è
caratteristica del periodare verdiano e che sono state tirate con
eccessiva lentezza negli andanti senza riuscire ad evitare quella
sensazione che chiama lo spettatore ad attendere la cabaletta, anziché
quale logica conclusione della scena, come necessaria valvola di sfogo.
Attento
è certo Chailly al rilievo di particolari quali la mimesi del tonfo
negli archi gravi («deh! m'ascolta o m'uccidi, crudele!») perché la
sensibilità dell'analizzatore è sempre vigile; e pure lo è nel duetto
Ezio-Attila per rimpiazzare la vibrante solennità del momento con il
sussiego cortese che accompagna in orchestra il volere dell’«imperante
Cesare». Scelta comprensibile, eppure, in un contesto di resa musicale
che è già tutt'altro che al calor bianco, il passo giunge tanto
compresso e arrotondato da scivolar via. Soltanto
nella dimensione raccolta dell'atto terzo, Chailly ha trovato il luogo
veramente adatto per dispiegare un lirismo sensibile al Terzetto e alla
Romanza di Foresto: «O dolore!», perché la scelta è caduta
opportunamente sul brano scritto per Ivanov ed è con la cabaletta del basso il momento più bello della serata.
Se
il maestro ha sostituito all'atmosfera brusca e militare della scena
prima (Prologo) un effetto di cordialità generica poco incline alla
rappresentazione d'ambiente, risulta davvero in accordo con la regia per
la pittura dell'alba sulle lagune, interiorizzata nell'espressione
(sulla scena non sorge il sole ma s'innalza lentamente un crocefisso) ed
eseguita fra dinamiche che restano sorvegliate nella gradazione. È poi
mancata nell'avvicinamento di Leone la grandiosità terribile (in
orchestra corni, fagotti e timpani dovrebbero evocare il mugghiare del
vento) forse per non compromettere l’atmosfera onirica preservata da un
palcoscenico sul quale si allestisce un tableau vivant, sogno al
quadrato di Attila. Allora anche il concertato che segue adotta un
passo di nenia, poi animando un poco. Siamo davvero alle soglie del
finale atto secondo di Macbeth e verso quel titolo c'instrada Chailly con una lettura di Attila che, se è meno orientata alle suggestioni emozionali, lo è certamente di più sul fronte dei contenuti estetici.
Prime
fra le forme sbalzate del bassorilievo verdiano devono risaltare le
quattro figure dei protagonisti, preparate per l'ultima volta nel clima
di austera moralità soleriana. Attila è opera che fino agli anni 1980
era possibile dare senza turbamenti e poi, grazie alla disponibilità di
un basso cantante di autentica sonorità quale Samuel Ramey, ripresa
anche alla Scala. Oggi Attila resta alla ricerca di un protagonista
memorabile perché il basso Abdrazakov, di presenza fisica ideale per la
scena e di canto molto corretto e fluido, apparterrebbe per natura più
al ruolo di Massimiliano (I masnadieri) che non all'ampiezza e alla
autorità declamatoria richieste per esaltare appieno la parte. Se la
caratura della voce non gli permette d'imporsi subito con protervia e
compattezza di suono richieste all'escursione dal Lab1 al Mib3 («chi
vinto muor», «colpo di fulmine»), Abdrazakov è però artista estremamente
intelligente che affronta la parte senza ricorrere a forzature
espressive tanto nel duetto con Ezio quanto nella sua grande scena, dove
ha trovato inflessioni suggestive, accenti e dinamiche appropriate per
cantare il racconto del sogno con linea morbida e gustosa cantabilità,
non risparmiandosi in una cabaletta nella quale il canto di forza lo
metterebbe alle strette se non possedesse Fa naturali emessi con
sicurezza e prodigalità. Se nella chiusa dell'atto l'artista non
s'impone all'ascolto quanto dovrebbe, risolve poi con accenti accorati
le scene del convito di Attila (qui qualche forzatura per cercare
l'espressione adeguata).
Già
adusa a parti di grande impegno e attesa pure per un ruolo periglioso
come quello di Odabella, la Hernández è apparsa davvero a proprio agio
solo nell’atto terzo; quello più comodo e a lei ben più consono alla
natura lirica, con un mezzo che altrove cerca ispessirsi forzatamente
nella zona centro-grave nella quale non mancano suoni aperti laddove la
corda è quella drammatica. Nella sortita il soprano li convoca per
cercare una grossezza che non le appartiene compromettendo la fluidità
dell'emissione; non sono mancati suoni schiettamente gutturali. Già da
qui si è ascoltata la qualità migliore della cantante, gli acuti,
sorvegliati con prudenza nel corso dell'atto secondo dove nei concertati
la voce non guadagnava la sala in profondità. Verso la Romanza la
indirizzano gli accenti eleganti trovati nel recitativo che precede, dove
il tono elegiaco le è davvero consono. Nel brano si è giostrata fra le
fiorettature tempestate di segni dinamici e d'espressione; quelle che
avrebbero bisogno di grande robustezza tecnica per essere restituite con
precisione. Se la voce un poco si appanna tra Mib e Sol («sospendi, o
rivo»), invece, nella zona mediana la avvantaggia una buona facilità: è
il duetto col tenore, che avrebbe meritato bacchetta più affettuosa.
Come
già anticipato, momento felice della serata è la Romanza per Ivanov che
Sartori serve con espressione di partecipata malinconia, attento alle
dinamiche e qui con legato di qualità. Se il limite del tenore è
solitamente una compassata espressività, però egli ha da sempre trovato
in Foresto il carattere adatto ad accenti di raccolta commozione. Come
altre parti del Verdi anni '40, essa insiste sul passaggio superiore
della voce che Sartori risolve meglio di altri colleghi anche se non
mancano suoni emessi indietro anche perché il La naturale - come si è
ascoltato nella cabaletta – è Colonna d'Ercole attorno alla quale il
mezzo è sollecitato a forzature. L'assenza di squillo non lo avvantaggia
nei passi più accorati degli atti centrali ma nel complesso è risultato
credibile laddove Foresto patisce il tradimento della vergine.
Virtù
molto evidente del baritono Petean è l'intonazione. Un fatto che quasi
si trascurerebbe di rilevare se non fosse oggi merce rara per i colleghi
che cantano nella stessa corda. Le dimensioni della voce sono medie,
sufficienti per quei ruoli verdiani che non impegnano con eccessività il
baritono, specie dichiarando Petean una ventaglio di colori limitato.
Per disegnare il ruolo politicamente ambiguo di Ezio non necessariamente
si pretende nobilissima oratoria e generosa espansività delle frasi e
sarebbe stato meglio, dunque, che la bacchetta imprimesse alla pagina
una pulsione a vantaggio di Petean, buono nel gusto e vario negli
accenti.
Con
la più classica delle trasposizioni temporali praticate dal teatro di
regia, l'allestimento di Livermore è di sicuro effetto in teatro per via
del suo gigantismo, specialmente per un pubblico in altre occasioni
avvezzo ad aporia di mezzi scenici; una produzione certo pensata anche
per avvantaggiarsi nella trasmissione televisiva con possibilità di
giocare su numerosi dettagli e profondità di campo. Lessico, dunque, che
è anzitutto cinematografico perché le suggestioni della settima arte
sono fonte d’ispirazione primaria del regista, nonché figurativa più
immediata per un pubblico che già segue i sottotitoli come fa col cinema
d’autore. Si potrebbe anche parafrasare: trovati i film, trovata la
regia. Da suggestioni neorealiste si passa, quindi, al banchetto
trasformato in un festino nazi-pagano nel quale a cadere al suolo
percosso dal «soffio procelloso» è un idolo d’oro che ricorda i reperti
dell'archeologo spielberghiano. Si va da Il portiere di notte della
Cavani alla Caduta degli dei viscontiana e alla Lili Marleen di
Fassbinder.
Se
prevedibilmente raffaellesco è il Leone di Livermore, l’ambientazione
romana offre occasione per belle riproduzioni di monumenti, statuaria
antica, e si fa apprezzare sempre sotto il profilo dei costumi. Mentre
gli scoppiettii di fucile scaricato a fior di pelle strappano più di un
sorriso, varia è stata la conduzione delle masse in un palcoscenico
sempre stimolato.
La
regia dell'ultimo Attila della Scala (Lavia, 2011), nel logico
avvicendarsi di contaminazioni storiche e figurative possedeva, però,
qualità di contenuti teatrali più sinceri che questo. Là il convito anni
'30 era apparecchiato attorno a una tavola di fronte a un emiciclo
ottocentesco, mentre il tiranno moriva in una sala cinematografica
diroccata; mezzi che, muovendo dal medioevo, suggerivano progressivamente la devastazione culturale provocata dalla crisi. Nello
spettacolo di Livermore, invece, il cinema è impiegato come pura
integrazione narrativa di un racconto squisitamente illustrativo nella
sua linearità e immediatezza, ma in definitiva votato pure esso ad
ammiccare all'attualità per sentito tributo all'antifascismo militante.
Del resto, come si accennava al principio, il titolo si presta a
ricezione sempre mutevole sotto il profilo politico.
martedì 4 dicembre 2018
"Roma" al cinema Beltrade
C’è ancora tempo per vedere Roma al cinema Beltrade (Leone d’Oro 2018). È bello davvero ed è prodotto da Netflix per la regia di Cuarón che fa film uno diverso dall’altro e con gli ultimi tre è diventato un autore che sa anche autocitarsi: un piccolo ammiccamento a Gravity. Tra l’altro: gli ultimi tre finiscono tutti nell’acqua.
Ha un titolo impegnativo perché felliniano (ma è il nome del quartiere di Città del Messico) e attraversa nei suoi campi lunghi una storia latino-americana fatta di quelle donne che reggono il peso del mondo. Ha il sapore del ricordo personale e nel realismo integrale conserva tocchi di superstizione alla Márquez. Con un bianco e nero nitidissimo porta sullo schermo molti di quei gesti che memorizziamo quando siamo bambini per poi lasciarci ad alimentarli nei ricordi che ci fanno sorridere con un po’ di nostalgia.
lunedì 3 dicembre 2018
Due annotazioni prima di "Attila"
Chiarito
il fatto che l’unno Attila fosse un uomo e non una donna, come invece
affermato a margine della solita divulgatio stile quotidiano nazionale
(La Stampa), qui due piccole note aspettando la prima:
- È sparita da YouTube la sortita di Odabella cantata a Torino da Maria Chiara nel 1983. Ma per offrire all’ascoltatore la misura di cosa un soprano lirico, lirico-spinto, possa fare in una pagina tanto difficile - cantando cioè a gola spalancata, senza alcun ampliamento forzato del suono nella zona medio-grave, forte di una saldezza tecnica che consente di legare per bene e di variare le dinamiche - ci si può servire di quella interpretata a Verona nell'estate di due anni dopo. La Chiara, anche nell'altrettanto perigliosa romanza dell'atto primo, mantiene il controllo assoluto dell'intonazione (fate il raffronto pure con le interpreti che l'hanno preceduta) e passeggia con facilità tra i piano ed i pianissimo che la portano fino al Do5. Del resto, pure in Arena, la reazione del pubblico parla da sé.
- Sarebbe bello se il Comune di Milano ponesse una targa commemorativa al n. 17 di via Monte Napoleone che fu una delle abitazioni di Verdi a Milano. Qui stette dal dicembre 1844 (numero civico 866 della Contrada del Monte, perché il Regno d'Italia era caduto da un bel po'), strumentò Giovanna d'Arco e ideò Attila. Anche se aveva già messo via una buona fortuna, abitava una stanza semplice e da lavoro, con quattro o cinque sedie, un piano a coda e una propria statuetta; così vide l'appartamento l'editore francese Escudier che fece visita al maestro nel maggio 1845. Sopra il piano stava la caricatura francese del Chemin de la Postérité. Che fosse la caricatura che riproduceva i più rinomati cantanti del tempo? Valutando l'assiduità con la quale Verdi compulsava, fra gli altri, gli scritti della de Staël, io credo proprio che si trattasse di quella coi grandi protagonisti della letteratura e del teatro francesi. Alla testa del primo corteo c'è Hugo («Il brutto è il bello») mentre Lamartine se ne sta sulle nuvole.
- È sparita da YouTube la sortita di Odabella cantata a Torino da Maria Chiara nel 1983. Ma per offrire all’ascoltatore la misura di cosa un soprano lirico, lirico-spinto, possa fare in una pagina tanto difficile - cantando cioè a gola spalancata, senza alcun ampliamento forzato del suono nella zona medio-grave, forte di una saldezza tecnica che consente di legare per bene e di variare le dinamiche - ci si può servire di quella interpretata a Verona nell'estate di due anni dopo. La Chiara, anche nell'altrettanto perigliosa romanza dell'atto primo, mantiene il controllo assoluto dell'intonazione (fate il raffronto pure con le interpreti che l'hanno preceduta) e passeggia con facilità tra i piano ed i pianissimo che la portano fino al Do5. Del resto, pure in Arena, la reazione del pubblico parla da sé.
- Sarebbe bello se il Comune di Milano ponesse una targa commemorativa al n. 17 di via Monte Napoleone che fu una delle abitazioni di Verdi a Milano. Qui stette dal dicembre 1844 (numero civico 866 della Contrada del Monte, perché il Regno d'Italia era caduto da un bel po'), strumentò Giovanna d'Arco e ideò Attila. Anche se aveva già messo via una buona fortuna, abitava una stanza semplice e da lavoro, con quattro o cinque sedie, un piano a coda e una propria statuetta; così vide l'appartamento l'editore francese Escudier che fece visita al maestro nel maggio 1845. Sopra il piano stava la caricatura francese del Chemin de la Postérité. Che fosse la caricatura che riproduceva i più rinomati cantanti del tempo? Valutando l'assiduità con la quale Verdi compulsava, fra gli altri, gli scritti della de Staël, io credo proprio che si trattasse di quella coi grandi protagonisti della letteratura e del teatro francesi. Alla testa del primo corteo c'è Hugo («Il brutto è il bello») mentre Lamartine se ne sta sulle nuvole.
lunedì 26 novembre 2018
Bernardo Bertolucci su Max Ophüls
Lo posto qui un’altra volta perché è una lezione di umanità e di
estetica che tutti dovrebbero ascoltare. In appena sette minuti Bertolucci
manifesta un atteggiamento che sorprende per lucidità e febbricitante
entusiasmo; entrambe attitudini che a se stessi si dovrebbe sempre
chiedere nel confronto con l’arte. Più ancora che l’umiltà del regista
difronte all’opera di un gigante - e ben al di là dell’opinione che si
può avere su questo o quel film di Bertolucci - risalta qui l’itinerario
di una conoscenza (che è quindi sempre confronto) maturata attraverso
il tempo; tempo cui corrisponde una maturazione di coscienza, quella che
l’arte forma tanto per l’artista quanto per il fruitore. Lo stesso vale
o varrebbe per la musica, per la letteratura e per l’arte in genere.
Penso, invece, che oggi al linguaggio bombastico della pubblicità (il
biscotto di fabbrica? Divino! Superlativo!) corrispondano nella
ricezione quella fretta, quel facile entusiasmo, quella fame
presenzialistica che mangerebbe un’aragosta come fosse un panino, e
viceversa. Su questo aspetto ci saranno già, forse, studi di sociologia o
di scienze della comunicazione, ma io non li conosco.
La lezione di Bertolucci mi fa pensare che squittire senza argomenti per ogni sciocchezzuola, ogni “tributo a”, ogni baritono stonacchiante scambiato per un prodigio, ogni scopiazzatura, ogni possessore di bacchetta frainteso come una sorta di Fritz Reiner, ogni più o meno gradevole scrittore salutato quale portatore di verità intellettuali sia - se la parola non vi pare eccessiva - un impoverimento delle coscienze.
Al grigio e prevedibile culto della cultura sarebbe bello sostituire conoscenze, argomenti ed emozioni autentiche; alla retorica da rotocalco, insomma, lo studio e l’amore per la memoria viva.
La lezione di Bertolucci mi fa pensare che squittire senza argomenti per ogni sciocchezzuola, ogni “tributo a”, ogni baritono stonacchiante scambiato per un prodigio, ogni scopiazzatura, ogni possessore di bacchetta frainteso come una sorta di Fritz Reiner, ogni più o meno gradevole scrittore salutato quale portatore di verità intellettuali sia - se la parola non vi pare eccessiva - un impoverimento delle coscienze.
Al grigio e prevedibile culto della cultura sarebbe bello sostituire conoscenze, argomenti ed emozioni autentiche; alla retorica da rotocalco, insomma, lo studio e l’amore per la memoria viva.
L'albero dei frutti selvatici
«L'uomo deve farsi filtrare dal tempo». Sono spesso fitti i dialoghi dei film di Ceylan: di citazioni e di rimandi letterari più o meno riconoscibili: questa volta, insieme all'amato Dostoevskij, anche Nietzsche in mezzo ad una piccola pattuglia di scrittori turchi. Con quella frase sul tempo Idris Karasu, padre di Sinan che è protagonista di Ahlat Agaci (in italiano il pero è L'albero dei frutti selvatici), quasi congeda il figlio durante il loro ultimo incontro. Noi potremmo usarla per sintetizzare il cinema del regista turco, soprattutto quello degli suoi ultimi due lunghi film: C'era una volta in Anatolia e Il regno d'inverno.
È nell'incedere lento, talvolta persino estenuato del racconto, che i personaggi di Ceylan fermentano sotto l'occhio dello spettatore al quale si domanda nel corso della proiezione di aderire passo passo al ritmo reale dell'azione. Questa volta però, l'andatura appare più nervosa del solito, anche a costo d'incorrere in qualche errore di continuità nel montaggio; ad esempio, nel colloquio che conduce verso il porto il giovane aspirante scrittore e l'autore più affermato della regione.
Non mancano, anche in questo nuovo film, scarti narrativi che fanno virare all'onirico - tutti molto appropriati - perché i tributi a Tarkovskij sono un altro tratto distintivo del cinema di Ceylan pure nel rapporto col paesaggio.
Non è difficile riconoscere che nell'Albero dei frutti selvatici, rispetto al rigore che costruiva i due film immediatamente precedenti, si scorge un po' di maniera laddove la sceneggiatura non aderisce perfettamente alla mise-en-scène. Ma questo non intacca del tutto la forza del racconto che è avvitato attorno un protagonista davvero assoluto, pure se confrontiamo la sua alla centralità di Aydin nel Regno d'inverno. Qui è un giovane scrittore al suo primo libro, diviso fra un futuro che non si promette luminoso e un presente che aderisce in tutto e per tutto alla Turchia di provincia di questi anni; quelli che Ceylan racconta con mano umana e implacabile. I suoi frutti, i suoi personaggi, non sono né gradevoli all'aspetto né conformi alle aspettative generali; proprio come quelli che nascono in una terra brulla dalla quale è difficile cavare l'acqua. Così è il padre e così è il figlio, che nonostante tutto però - a differenza di chi si è già arreso - continuano a scavare nel pozzo, a smuovere i massi, per trovare l'acqua che è ragione di vita.
Il corpo filmico massiccio da ragazzone rancoroso e indolente con mascella disallineata a trattenere un moto di rabbia o una parola sgarbata è quello di Dogu Demirkol (Sinan), che cattura lo schermo anche nei silenzi. Nella sezione aurea del film chi conosce il cinema del regista ritroverà un altro imam ceylaniano: qui, in provincia, protegge il proprio cinismo rassegnato come fa con la sua nuova e fiammante motocicletta.
Iscriviti a:
Post (Atom)