mercoledì 14 giugno 2017

Interludio etiope





«Ascoltatemi, o voi che siete il mio popolo, e prestate attenzione alle mie parole. Poiché ho un desiderio di saggezza, ed il mio cuore cerca di trovare la conoscenza. Sono rapita dall’amore per il sapere, sono avvolta dalle corde della filosofia; poiché la saggezza ha oltremodo più valore di qualsiasi tesoro d’argento ed oro, ed è quanto di migliore sia stato creato sulla terra. Orbene, a cosa sotto il cielo può essere paragonata la saggezza?»  

(Kebra Nagast XXIV, Come la Regina si preparò per intraprendere il suo viaggio)




Allora disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza! Io non avevo voluto credere a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla saggezza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. Beati i tuoi uomini, beati questi tuoi ministri che stanno sempre davanti a te e ascoltano la tua saggezza! Sia benedetto il Signore tuo Dio, che si è compiaciuto di te sì da collocarti sul trono di Israele. Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia». Essa diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono mai tanti aromi quanti ne portò la regina di Saba a Salomone.

(La Bibbia, I Re, 10, 6-10)



2.130 km fra le strade del nord dell'Etiopia: dal lago Tana al Tigrai, da Lalibela ai monti Simien.
Che sia sotto le steli di Axum o tra le chiese rupestri del IV secolo, l'Etiopia è un luogo in cui è ancora possibile vivere emozioni d'archeologia avventurosa: il figlio del guardiano del palazzo della regina di Saba che ti propone di comprare le monete millenarie e rarissime che ha trovato nel giardino (le prime in assoluto con la croce cristiana e quelle con la mezzaluna pagana); le pietre che suonano sotto i tuoi passi perché là sotto ci sono tombe ancora da scavare; i musei nei quali puoi toccare i reperti perché sembrano appena rinvenuti; le chiese paleocristiane che si raggiungono dopo lunghe e difficoltose camminate e che vengono aperte per te se chiedi direttamente al monaco che le abita.
La Storia recente, invece, chiama in causa soprattutto noi italiani.
A Debre Libanos, il monaco che fra croci e manoscritti miniati mostra i fucili dei soldati italiani (marchio dell'Africa Orientale Italiana) lo fa con sorriso complice. Accennando al massacro avvenuto nel suo convento evoca poi, con serenità ispirata, la palma del martirio e le ferite che il tempo deve sanare «perché siamo tutti fratelli». Ma è impossibile non congedarci con un bruciante senso di colpa perché la condizione di un italiano che visita l'Etiopia è affatto particolare.
«Liquidazione convento di Debre Libanos»; così recita freddamente il fascicolo del viceré Graziani. A partire dalla mattina del 21 maggio 1937, nel pieno della festa ortodossa dell'arcangelo Michele, furono qui assassinati monaci e pellegrini: un luogo fra i più sacri in Etiopia, fondato nel XIII secolo. Non era bastata ai fascisti la rappresaglia dopo l'attentato (fallito) allo stesso Graziani: ed ecco la strage di Addis Abeba per la quale fonti etiopi parlano di 30.000 morti, da sommare a quelli sterminati con l'iprite due anni prima. A Debre Libanos, gli italiani erano convinti che trovassero rifugio gli attentatori. Così il generale Maletti, con l'aiuto del battaglione arabo-somalo, compì la strage, distrusse e saccheggiò (la questione della restituzione del maltolto è ancora aperta): oltre 2000 morti. I diaconi vennero deportati e freddati lontano da là (a Debre Berhan) mentre i seminaristi morirono forse in campo di concentramento vicino a Mogadiscio. È avvenuto esattamente ottant'anni fa.




Avvoltoi lungo la strada verso il lago Tana

Al monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo

L'interno della chiesa della Croce (1961) presso il monastero di Debre Libanos. Il luogo, oggi ricostruito, fu teatro della strage ad opera degli italiani il 21 maggio 1937.
Sulla strada principale di Finote Selam
 
Una coppia di ippopotami nel lago Tana (alt. 1800 m.)


Una coppia di oche egiziane sulle rive del lago Tana

Barche di papiro (lago Tana)

Sul lago Tana



Airone (lago Tana)

Sul lago Tana


Un pellicano sulle acque del lago Tana

L'esterno di Bete Maryam, la chiesa del monastero fondato nel XIII secolo (penisola di Zege sul lago Tana)

In cima al tetto di paglia di Bete Maryam, la croce e i piccoli metalli che a contatto col vento risuonano in memoria delle vittime della strage degli innocenti (peniola di Zege sul lago Tana)

Nel vestibolo di Bete Maryam (pensiola Zege sul lago Tana)

Bete Maryam nella penisola di Zege (lago Tana), XIII secolo.

Madonna col Bambino e San Giorgio che uccide il drago su uno dei portali di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XVI secolo.
Deposizione su una delle parerti all'interno di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XIX secolo.

Il martirio di San Pietro al centro di una delle pareti interne di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XIX secolo.

All'interno di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XIX secolo e raffigura l'imperatore Yohannis IV (1837-1889) a cavallo. 

All'interno di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XIX secolo, sta sulla parete quadrata inscritta nel perimetro circolare della chiesae, a destra, raffigura gli Arcangeli.

All'interno di Bete Maryam (penisola di Zege). La parete dipinta sulla struttura quadrata interno alla chiesa risale al XIX secolo. 

All'interno di Bete Maryam (penisola di Zege). Il dipinto risale al XIX secolo.

All'interno di Bete Maryam (penisola di Zege), gli Arcangeli a guardia del Sancta Sanctorum. Il dipinto risale al XIX secolo.

Il perimetro rotondo di Bete Maryam (penisola di Zege), XIII secolo.
All'esterno di Bete Maryam (penisola di Zege), XIII secolo.

Un monaco nei pressi di Bete Maryam (penisola di Zege), XIII secolo.

Lungo il cammino verso la chiesa di Azuwa Maryam

Lungo il cammino verso la chiesa di Azuwa Maryam

Bancarelle lungo il cammino verso la chiesa di Azuwa Maryam

Verso la strada, all'ingresso del cortile che dà accesso al cortile della chiesa di Azuwa Maryam

Un monaco prega nel cortile della chiesa di Azuwa Maryam

Sulla parete di fango e paglia della chiesa di Azuwa Maryam, un infisso in legno con dipinto del XVI secolo
Nel cortile della chiesa di Azuwa Maryam

All'angolo della struttura quadrata inscritta nel perimetro rotondo della chiesa di Azuwa Maryam. I dipinti risalgono al XVI secolo.

Nel perimetro rotondo della chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege)

San Giorgio che uccide il drago su una parete interna nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo.

Episodi della vita di Gesù nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo

I dannati dell'Inferno nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo

L'Annunciazione nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo

Le nozze di Cana nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo

Madonna col Bambino nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo

San Sebastiano nella chiesa di Azuwa Maryam (penisola di Zege), XVI secolo. I pagani sono sempre raffigurati di lato, con un solo occhio visibile allo spettatore. 


Tra le piante di caffè sulla penisola Zege, in cammino verso il monastero di Ura Kidane Meret

Fedeli attorno al monastero di Ura Kidane Meret

Fango e paglia pressati costruiscono le pareti del monastero di Ura Kidane Meret. Fondato nel XIV secolo, la struttura attuale risale al XVI.

L'interno della chiesa del monastero di Ura Kidane Meret. Fondato nel XIV secolo, la struttura attuale risale al XVI e i dipinti al XIX. Sono opera di Alaqa Engida.

Particolare dei dipinti (XIX secolo) all'interno della chiesa del monastero di Ura Kidane Meret. Si intravede la struttura in fango e paglia.

Il maqdas, cioè il Sancta Sanctorum, (XIX secolo) all'interno della chiesa del monastero di Ura Kidane Meret. 
Particolare del maqdas, cioè il Sancta Sanctorum, (XIX secolo) all'interno della chiesa del monastero di Ura Kidane Meret. Il dipinto raffigura, fra l'altro, la Crocefissione, la Deposizione e il Martirio di San Lorenzo.
I portali in legno della chiesa del monastero di Ura Kidane Meret erano utilizzati per stendere bozzetti preparatori ai dipinti.
Alla cerimonia del caffè sulla penisola Zege, nei pressi del monastero di Ura Kidane Meret.

Alla cerimonia del caffè sulla penisola Zege, nei pressi del monastero di Ura Kidane Meret.

Alla cerimonia del caffè sulla penisola Zege, nei pressi del monastero di Ura Kidane Meret.
Papiri del lago Tana

Fra i viali alberati in direzione della cascate del Nilo Azzurro

Il ponte costruito dai portoghesi nel XVI secolo per raggiungere le cascate del Nilo Azzurro

Sul ponte costruito dai portoghesi nel XVI secolo per raggiungere le cascate del Nilo Azzurro

Verso le cascate del Nilo Azzurro

Nella valle delle cascate del Nilo Azzurro

Le cascate del Nilo Azzurro

Le cascate del Nilo Azzurro
Le cascate del Nilo Azzurro

In barca, sulle acque del Nilo Azzurro

In barca, sulle acque del Nilo Azzurro

In barca, sulle acque del Nilo Azzurro

Nella campagna intorno alle cascate del Nilo Azzurro

Fango e legno per costruire le case nella campagna intorno alle cascate del Nilo Azzurro
Zumra Nuru, il fondatore del villaggio di Awra Amba, siede sotto i principi-cardine della sua comunità

Zumra Nuru, il fondatore del villaggio di Awra Amba, insieme ad un giovane membro della sua comunità

Nella biblioteca del villaggio di Awra Amba,i cui scaffali sono realizzati in legno e terra

Nell'ospizio del villaggio di Awra Amba
Nell'ospizio del villaggio di Awra Amba

Nell'ospizio del villaggio di Awra Amba

Il forno del pane nel villaggio di Awra Amba

Il soggiorno di un'abitazione nel villaggio di Awra Amba

Al telaio nel villaggio di Awra Amba

All'arcolaio nel villaggio di Awra Amba

Una giovane guida del villaggio di Awra Amba

Fattoria del villaggio di Awra Amba. Ad essiccare, raccolti di pepe e di peperoncino

Abitanti del villaggio di Awra Amba

Nella campagna, in avvicinamento verso Gondar

Nella campagna, in avvicinamento verso Gondar

Fasil Ghebbi, il palazzo imperiale di Fasiladas nella cittadella imperiale di Gondar (XVII secolo), insolita sintesi di inflenze indiane, portoghesi, moresche e axumite. 2.220 mt di altitudine.

Fasil Ghebbi, il palazzo imperiale di Fasiladas nella cittadella imperiale di Gondar (XVII secolo), insolita sintesi di inflenze indiane, portoghesi, moresche e axumite.

Guardando il palazzo di Iyasu I (regno dal 1682 al 1706) dal palazzo di Fasiladas a Gondar

Nella sala di ricevimento del palazzo di Fasiladas a Gondar (XVII secolo)

Una torretta del palazzo di Fasiladas a Gondar (XVII secolo)

Nel salone di Dawit (regno dal 1716 al 1721) nella cittadella imperiale di Gondar

Guardando gli edifici settentrionali della cittadella di Gondar dalla "casa dei leoni" fatta costruire da Dawit nel XVIII secolo

Gli edifici settentrionali della cittadella di Gondar (XVII secolo)

Le rovine del castello dell'imperatore Dawit a Gondar (XVIII secolo)

Nelle rovine del castello dell'imperatore Dawit a Gondar (XVIII secolo)

Appendiabiti in corno nel bagno turco (wesheba) fatto costruire dall'imperatore Iyasu I (XVII secolo)

Le scuderie del quinto castello della cittadella imperiale di Gondar: il palazzo di Bakaffa (regno dal 1721 al 1730)

Interno del palazzo di Bakaffa (regno dal 1721 al 1730) nella cittadella imperiale di Gondar

Le mura che circondano il complesso della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo). Ogni torretta rappresenta uno dei dodici apostoli

I cherubini che decorano il soffitto della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

Interno della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

Interno della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

Ai piedi della Crocefissione nella chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo), il teschio di Adamo e il corpo disteso di Iyasu I, fondatore della chiesa

Scene della Passione di Cristo sulla facciata destra della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

Interno della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

La facciata della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

Un prete in abito giallo riceve gli omaggi di un allievo all'esterno della chiesa di Debre Berhan Selassie a Gondar (XVIII secolo).

I Bagni di Fasiladas (XVII secolo) a Gondar

Le piante che circondano i Bagni di Fasiladas (XVII secolo) a Gondar

I Bagni di Fasiladas (XVII secolo) a Gondar

All'ombra dei sicomori, nel giardino che circonda i Bagni di Fasiladas (XVII secolo) a Gondar

All'ombra dei sicomori, nel giardino che circonda i Bagni di Fasiladas (XVII secolo) a Gondar

Quello che rimane dell'epoca del Derg (1974-1987) a Gondar

Ethiopia caffè (Piazza) a Gondar

Ethiopia caffè (Piazza) a Gondar
Ethiopia caffè (Piazza) a Gondar

Ethiopia caffè (Piazza) a Gondar

Una bancarella di libri in piazza a Gondar
Nella piazza di Gondar, circondata da edifici in stile razionalista italiano, la statua di Tewodros II

Un piatto di tibs con injera a Gondar
Un suonatore di masenko a Gondar
Verso i monti Simien

Verso i monti Simien

L'aratro in un campo, viaggiando verso i monti Simien

Nell'altopiano dei monti Simien

Nell'altopiano dei monti Simien (3260 mt)

I gelada (Theropithecus gelada) dei monti Simien

I gelada (Theropithecus gelada) dei monti Simien

I gelada (Theropithecus gelada) dei monti Simien

Pomodori selvatici e velenosi dei monti Simien

Gelada (Theropithecus gelada) dei monti Simien

Il maschio del gelada (Theropithecus gelada) dei monti Simien

La cascata di Jinbar nei monti Simien: un salto di quasi 500 metri

Antilope (redunca redunca) dei monti Simien
Oreotrago (oreotragus oreotragus) dei monti Simien

Al mercato di Debark

Al mercato di Debark

Lungo la strada "degli italiani" che da dall'Eritrea ad Addis Abeba

Panorama dei monti Simien

Panorama dei monti Simien appena fuori Arkay

Una sosta a Shire

La cappella dell'Arca dell'Alleanza (Axum)

Nella chiesa antica di Axum (Santa Maria di Sion), fatta costruire da Fasiladas nel 1665
Nella chiesa antica di Axum (Santa Maria di Sion), fatta costruire da Fasiladas nel 1665

Nella chiesa antica di Axum (Santa Maria di Sion), fatta costruire da Fasiladas nel 1665

Nella chiesa antica di Axum (Santa Maria di Sion), fatta costruire da Fasiladas nel 1665. Nel riquadro a sinistra, l'imperatore Yohannes riceve le scuse del leone che gli ha ucciso l'asino (XVII secolo)

All'ingresso della chiesa nuova di Axum (Santa Maria di Sion), anni '60 del XX secolo

Dipinto su tavola (XVII secolo) nella chiesa nuova di Axum (Santa Maria di Sion), anni '60 del XX secolo. Il dipinto raffigura Menelik e l'Arca dell'Alleanza

Manoscritto nella chiesa nuova di Axum (Santa Maria di Sion), anni '60 del XX secolo.

Guardando un codice del XVII secolo nella chiesa nuova di Axum (Santa Maria di Sion), anni '60 del XX secolo.

Il parco delle steli ad Axum (III - IV sec. d. C.). In primo piano, la stele numero uno (Stele di re Ramhai)

Paricolare della stele di Roma (Axum)

La stele di Roma (Axum)

La stele di Roma (Axum)

L'ingresso della tomba della Falsa Porta (fine IV sec. d. C.)

Tomba di Nefas Mawcha (Axum)

Particolare della stele di Roma

La cosiddetta "quarta stele" col suo basamento

La cima della "quinta stele": nei due incavi è verosimile che trovassero posto placche di metallo a simboleggiare il re e la regina

Nei Bagni della regina di Saba (Axum), noti anche come Mai Shum (acqua del capo)

Le rovine del Palazzo della regina di Saba, Dungur, ad Axum (VI secolo d. C.)
Fra i monti del Tigrai

Fra i monti del Tigrai, guardando il gruppo di Gheralta

Salendo verso le chiese rupestri del gruppo di Gheralta (regione del Tigrai)

Una guida, salendo verso le chiese rupestri del gruppo di Gheralta (regione del Tigrai)

Salendo verso le chiese rupestri del gruppo di Gheralta (regione del Tigrai)

La roccia di arenaria dei monti del Tigrai salendo verso le chiese rupestri del gruppo di Gheralta

Salendo verso le chiese rupestri del gruppo di Gheralta (regione del Tigrai)

Fra i fichi d'India, in avvicinamento verso Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

La facciata della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

Nei pressi della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

Interno della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai). Gli affreschi sono del XVII secolo.

Interno della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai). Gli affreschi sono del XVII secolo.

Interno della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

Il vestibolo della chiesa di Maryam Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

Il panorama davanti alla chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

L'ingresso della chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

Affreschi della chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai), XVII secolo

Affreschi della chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai), XVII secolo.

Dall'interno della chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)

All'esterno della chiesa di Daniel Korkor (gruppo di Gheralta, regione del Tigrai)
Lavorazione dell'orzo nelle campagne intorno a Macallè

Lavorazione dell'orzo nelle campagne intorno a Macallè

Nelle campagne intorno a Macallè

Nelle campagne intorno a Macallè

Il lago Ashianghi (alt. 2409 mt)

Fra le foreste di eucalipto sulla strada verso Lalibela

Con ogni mezzo sulla strada sterrata che porta a Lalibela

Giovani per le strade di Lalibela

Per le strade di Lalibela

In preghiera davanti a Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Una finestra a croce su di un lato di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Sotto le imponenti colonne di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Loculi funerari a Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Davanti a Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

L'angolo "a tre" di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela), simboleggia la santissima Trinità

Fra le imponenti colonne di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

L'interno di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

L'interno di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

La navata centrale di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Dall'interno di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

In preghiera davanti a Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Nel cortile antistante Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Lo stile "misto" di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo, con una fonte battesimale nel largo cortile

Davanti a Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Una lettura in lingua ge'ez nel cortile di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

In preghiera davanti al portico di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Una lettura in lingua ge'ez nel cortile di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Nel cortile su cui affaccia Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Milioni di colpi di scalpello hanno scavato il tufo di Lalibela

Le colonne e le volte, scolpite e dipinte, di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.
Le colonne e le volte, scolpite e dipinte, di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Le colonne e le volte, scolpite e dipinte, di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Le volte dipinte di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.Il toro bianco e quello nero in lotta simboleggiano forse la battaglia eterna fra il bene e il male.

Dall'interno di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

All'interno di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Una lettura in lingua ge'ez nel cortile di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Nel cortile di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

I diversi livelli sui quali sono scavate le chiese di Lalibela, a seconda della presenza di basalto nel terreno

San Giorgio che uccide il drago sul frontone di Bete Maryam (Lalibela), XII-XIII secolo.

Fra le chiese di Lalibela

Fra le chiese di Lalibela

La facciata sud di Bete Medhane Alem, XII secolo (Lalibela)

Fra le chiese di Lalibela

Superata la galleria che porta a Bete Golgotha e a Bete Mikael (Lalibela)

Alzando lo sguardo, dal cortile su cui affacciano Bete Golgotha e a Debre Sina-Mikael (Lalibela)

Le finestre di Debre Sina-Mikael (Lalibela), XII secolo

L'interno di Bete Golgotha, XII secolo (Lalibela)

Uno dei dodici apostoli scolpito all'interno di Bete Golgotha, XII secolo (Lalibela)
All'interno di Bete Golgotha, XII secolo (Lalibela)

All'interno di Bete Golgotha, XII secolo (Lalibela)

Davanti a Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Vista su Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Vista su Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Vista su Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

L'ingresso di Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Bete Giyorgis, XII secolo (Lalibela)

Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

All'interno di Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

All'interno di Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

Da un'apertura che affaccia su Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

Un'uscita di Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

All'interno di Bete Gabriel-Rufael (Lalibela), VII-XII secolo

Ritrovando la luce e la salvezza dopo il cunicolo al buio che rappresenta l'Inferno e che conduce a Bet Merkorios

Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

L'interno di Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

L'interno di Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

L'interno di Bet Amanuel (Lalibela), VII-XII secolo

I segni dei colpi di scalpello che hanno scavato le chiese rupestri di Lalibela

Bet Abba Libanos (Lalibela), XII secolo

Bet Abba Libanos (Lalibela), XII secolo

Bet Abba Libanos (Lalibela), XII secolo

Un caffè a Lalibela

Roccia calcarea decorata con bassorilievi, V-IV sec. a. C., rinvenuta ad Haowlti, nel Tigrai (Museo Nazionale di Addis Abeba)

San Mercurio, dipinto su tavola, XVII secolo (Museo Nazionale di Addis Abeba)

All'esterno del Museo Nazionale di Addis Abeba

Al mercato di Addis Abeba

Al mercato di Addis Abeba



mercoledì 10 maggio 2017

Song to Song



Se la lunga gestazione contemporanea a quella di Knights of Cups (2015) impone di leggere Song to Song insieme al penultimo film di Malick, tratti evidentissimi accomunano questi due lavori agli altri titoli firmati dal regista statunitense nel secondo decennio degli anni 2000; e, in modo particolare, sono le caratteristiche che richiamano alla mente le cifre con le quali si scrive una lettera agli amici oppure una professione di verità. O forse una parabola condivisa col maggior numero di persone possibili, magari attirate al grande schermo grazie ad un cast di stelle: qui Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara, Cate Blanchett e Natalie Portman. Il discorso di Malick prosegue, insomma.
Austin, Texas. Sono gli spazi americani e i cieli come altrove cercati da una terra che schiaccia l'orizzonte e lo allarga nella profondità, in un piano che è al tempo stesso quello di scorrimento delle merci e dei desideri indotti. «Ogni bacio era sempre la metà di quello che pensavo sarebbe dovuto essere», confessa Faye (Mara) nei primi minuti.
La fotografia, per prima cosa. È il cinema di Malick, forse, il vero 3D perché provoca la dimensione tattile dello sguardo e si dimostra in ogni sequenza informato, e al grado massimo, del rapporto che abbiamo oggi istituito con la visione, noi fruitori d'immagini. Ciò che attrae, infatti, l'attenzione di chi guarda, di chi è spettatore, non è più materia che si limita ad essere vista, ammirata nella distanza, ma pretende invece di essere fruita, goduta, mangiata come si fa con una pietanza, utilizzata al fine di un godimento gastrico, sia pure estetico: fruire è compiacersi, trovare soddisfazione. Dunque, a Malick bisogna ascrivere, anzitutto, una capacità formidabile di sentire lo sguardo dell'uomo contemporaneo sulla realtà e con esso il modo in cui vuole ritrovarlo (per ritrovarsi) al cinema, restituito da un'angolatura sovrana e organicistica che è quella del regista onnisciente.
Ben più che il racconto - una storia di scoperta, caduta e rinascita avvitata attorno al più consumato dei trii amorosi -, è il raccontarsi della trama, il suo pressante fraseggio, a stimolare l'immaginazione di Malick che ordina e disordina la fotografia di Lubezki (fra i montatori c'è un maestro come Hank Corwin). E la sintassi di Song to Song possiede così il passo di un magico battito di ciglia: aprendole ci si trova in pochi istanti sempre altrove, in una dimensione narrativa la cui successione logica è data dall'accostamento dialettico di sequenze e percezioni. È un procedimento che, in certa misura, richiama le rivisitazioni della vita terrena testimoniate delle esperienze ai confini della morte, anche per il clima di rilettura etica che le distingue: un riassunto delle azioni finalizzato a individuarne gli snodi essenziali, quelli che possiedono un senso e liberano sentimenti. Ed è così che, ancora una volta, il voice-over degli attori di Malick si declina soprattutto al passato: gioie ed affanni del presente sono evocati in modo partecipe ma da una distanza rasserenante che suona fatalmente ultraterrena.
Lawless e poi Weightless sono stati i titoli scelti per il film prima di accogliere quello definitivo. E Song to Song suggerisce parimenti l'instabilità, la mutevolezza traballante degli altri due, ponendo in più l'accento su una caratteristica folgorante del lavoro: la pluralità delle musiche ed il loro trattamento in un dentro e fuori dal sonoro di fluidità assolutamente virtuosistica, tanto per la selezione dei brani quanto per le diverse profondità spaziali richieste.
Se la lente tonda che arma la macchina da presa di Malick sta addosso ai corpi attoriali pedinandoli fino a deformarne l'immagine per poi osservarli dileguare sul fondo o di traverso, i poli attraverso i quali il regista orienta il proprio sguardo panteistico sono quelli di sempre, eterni. I personaggi del film vi si conformano integralmente non essendo altro che un mezzo per evocare, una volta di più, l'assoluto nella sua rigogliosa specificità: la salvezza, il dolore, l'amore come entità supreme che prima si scoprono e poi tornano come risposte al divenire della vita nel suo farsi. Restano così, nel pugno dello spettatore che si sforzi di compendiare in poche parole il lavoro del regista, anzitutto questi soggetti materializzati sullo schermo da corpi che si toccano, occhi che piangono, bocche che si sfiorano e sorridono, mani che cercano e allontanano.
Il finale compassionevole e misericordioso è suggello di una parabola che sembra, proprio qui, aderire compiutamente alla dimensione morale mettendo da parte per un istante la logica narrativa. Un ultimo atto di fede nell'uomo.

venerdì 5 maggio 2017

"La gazza ladra" alla Scala



È affascinante assistere ad una rappresentazione d'opera nel luogo in cui è stata proposta la prima volta, specie se nell'anno e nel mese di una ricorrenza centenaria: La gazza ladra, 31 maggio 1817, Teatro alla Scala. L'occasione offre, infatti, un affondo quasi sensoriale in un passato che pare avvicinarsi a noi spettatori del XXI secolo più che in altre circostanze. Merito certo, in parte non trascurabile, anche di nuovo approccio ad un capolavoro rossiniano poco eseguito per via della sua intrinseca difficoltà (la mia ultima volta fu a Pesaro nel 2005). Immaginando di cogliere questa volta sì, per il fatto stesso di essere alla Scala in un anno diciassettesimo, gli intimi segreti di un testo che si possiede soltanto dopo molti approcci, torno dunque ad interrogarmi attorno ad una partitura affacciata su due mondi estetici e culturali in equilibrio fertile e precario, destinati da là ad un decennio al sorpasso storico di uno sull'altro. Del resto, più si studia quel periodo e più le definizioni di classico e romantico, caratteristico e bello ideale, sono destinate a sfumarsi; a maggior ragione poi se con esse, per imprigionarle fra sbarre di una gabbia, si tentasse pure d'afferrare l'uccello che presta il titolo all'opera di Rossini. 
È con entusiasmo partigiano che Riccardo Chailly ha raccolto questa sfida musicale ed interpretativa. Perciò bisogna rendergli merito e non si può, dunque, come avviene troppo spesso in queste occasioni, lamentarsi dell'assenza dalla Scala di titoli poco frequentati, sempre a vantaggio del solito jukebox, e al contempo stigmatizzare la loro riproposta perché non sussistono mezzi adeguati. Da nessuna parte, altrove? Forse, chissà. Ma è anche vero che la questione Gazza ladra propone allo spettatore attento lo specchio di una dicotomia forse oggi insanabile, e in parte coincidente col doppio verso da cui si legge l'opera: da un lato, le forme ampie e strutturate trascinate in un vortice musicale nel quale l'esigenza del far brillare bene il canto su un'orchestra generosissima eccede la volontà di porlo in strettissima relazione col dettato drammatico; e, dall'altro lato, l'azione stessa di un dramma realistico d'ambientazione rustica, con qualche elemento favolistico, ma alta temperatura tragica di diversi passi, quelli in cui la verità degli affetti reclama con passione il proscenio. È una dicotomia mirabilmente conciliata dal genio rossiniano e che, esercitata sul terreno dell'opera di mezzo carattere, consente di ritracciare la rotta che conduce dall'opera seria al nascente melodramma. E ancora: la bellezza di un canto che non nasconde difficoltà addirittura olimpioniche e personaggi di ceto medio-basso scaldati da affetti sinceri. Se si vuole: un piano estetico ed uno storico. L'attrito era percepito anche all'epoca di Rossini e, a questo proposito, tornano in mente le celebri parole che Vincenzo Monti indirizzò a Petracchi riguardo al libretto di Avviso ai Giudici: «il conciliare le pretensioni dei maestri di musica, e gli abusi del moderno teatro colla ragione poetica, parmi divenuta cosa impossibile, o del certo miracolosa.»
I nomi leggendari dei cantanti di Gazza ladra alla Scala dalla prima assoluta sino al 1841 (poi la fortuna si eclissa) testimoniano parti affidate non per farsi applaudire limitandosi a vincere le difficoltà, ma per trovare in esse i punti di forza per imporsi: sono allora la vocalità anfibia di Teresa Belloc-Giorgi e quella prodigiosa di Henriette Méric-Lalande, il genio di Filippo Galli e di Giovanni Battista Rubini, la duttilità e il nobile fraseggio di Antonio Tamburini, senza dimenticare Marietta Brambilla ed Ignazio Marini (Fernando a ventitré anni, cinque prima di creare il ruolo di Oberto per Verdi). 
Chi si cimenta alla critica di Gazza ladra deve, dunque, valutare il canto come elemento storico e musicale di primaria importanza. Non si può amare Rossini senza amare il canto, quello bello. Dunque lasciamo agli imbecilli le sarcastiche posture con le quali qualificano i «vociomani», parola orrenda e senza significato.
Per quanto attiene al contributo dei nomi di primissimo piano, La gazza ladra resta defilata nell'appuntamento con la Rossini Renaissance se messa al confronto con altri titoli; fanno eccezione Ramey e Valentini Terrani. E, se il giudizio va ponderato su una discografia non generosa (sia quella ufficiale che la "pirata"), per ascoltare una Ninetta col belcanto di alta scuola lungo il fil rouge Tetrazzini-Dal Monte si ricorre molto volentieri alla Pagliughi in un'incisione della cavatina (1934). C'è poi la questione non trascurabile dei tagli e degli accomodi, come quelli che offre l'edizione fiorentina del '65 il cui pregio maggiore risiede certo nella direzione di Bartoletti sempre incisivo nel lumeggiare in modo vario gli accompagnamenti, specie quelli dei cantabili (virtù condivisa con Campanella), e nell'indovinare i colori drammatici di pagine quali il Coro maschile dell'atto secondo e il Finale I (specie da 1:06:43). È proprio nei cantabili che si apprezzano in modo particolare gli accenti ed il legato della Panni e di Montarsolo (Duetto Fernando/Ninetta, da 36:48; Terzetto Fernando/Ninetta/Gottardo, da 48:19). C'è poi il Duetto con Pippo (da 1:30:00), purtroppo scorciato e malamente privato della mimesi belcantistica (le lacrime che si distillano) per tacere della grande aria di Fernando, eliminata del tutto.
Sotto il profilo delle molte virtù vocali richieste agli interpreti del titolo rossiniano, il cast di questa produzione scaligera di Gazza ladra resta insufficiente, anche perché tutt'altro che munifico quanto a variazioni ed agilità; sono cantanti, già così, impegnati a dare il massimo delle proprie risorse. Può essere stata questa la considerazione che ha guidato Chailly, sin dal principio, verso una lettura tesa a mettere in massimo valore le risorse ritmiche della partitura, finalizzandole ad una tenuta della narrazione che sino ad ora non ha eguali. E questo anche raffrontandola ai suoi precedenti appuntamenti scaligeri col teatro rossiniano, nei quali il direttore appariva piuttosto frenato dalla ricerca di equilibrio fra ritmo e linea melodica. Se la tenuta del palcoscenico è ottima e il finale atto primo trascinante, la qualità del suono orchestrale è spesso sacrificata all'effetto di una serrata logica teatrale, specie nei cantabili (soprattutto quello del grande terzetto) che non cercando un passo alato soffrono un poco di meccanicità. Ma quella di Chailly è una lettura affermativa, illuministica del dramma, sin da una Sinfonia che comincia con una marcia un poco sorniona e a scena aperta per proporre la rappresentazione marionettistica del ritorno a casa del giovane militare. Sono le bellissime creazioni della Compagnia Colla che si apprezzano appieno in spazi ridotti ma che il regista Salvatores sfrutta qui come controcanto ad un'azione che reclama momenti di equilibrato distacco dalla materia, in ciò fedele alla ben nota indole del compositore, e anche ricorrendo a tocchi di costume à la Louis Philippe e a un Podestà vampiresco ma senza spavento.  
Sono, rispetto ai valori del canto, altri allora quelli che il direttore si preoccupa di rilevare. Se i recitativi meriterebbero articolazione più solerte, è la continuità narrativa a trarre vantaggio dalla tenuta complessiva dei numeri ampi e strutturati, capaci così di catturare l'attenzione dello spettatore del XXI secolo, a digiuno completo delle estasi del canto - quelle mediante le quali si leggono i caratteri - e precipitato invece in una dinamica consumazione del dramma, tutta tesa verso la felice risoluzione. Ma con un momento particolarmente riuscito e degno di memoria: la marcia al patibolo, di colori ed atmosfere veramente suggestive. 
Chi cerca, invece, suggerimenti dal canto, trova una Ninetta (Feola) che offre nel timido registro acuto un canto di fibra e poi uno non risolto in basso. È generosa sul palco, certo, grazie ad un intervento registico che inventa per tutti un gioco scenico assai spigliato, ma anche portatrice di una medietas interpretativa che in Rossini, privata di spessore vocale, resta appunto tale, e cioè generica, dal momento che anzitutto attraverso le qualità del canto si definiscono tipo e carattere del personaggio. Anche Pippo meriterebbe ben altro mezzo che quello opaco offerto da Serena Malfi, voce che suona davvero poco nella grande sala, almeno quanto quella del tenore Rocha il quale deve certo essersi stupito nel verdersi affidata dalla Scala una parte siffatta. Se è anzitutto di risorse sceniche che si avvale il Fernando di Esposito, Pertusi risolve il ruolo di Gottardo ricorrendo con troppa frequenza all'esuberanza espressiva della parola (cantabile dell'aria) ma affrontando con una certa protervia la difficile vocalizzazione delle terzine nella cabaletta, pur con un mezzo piuttosto appannato.




mercoledì 3 maggio 2017

I cento anni di Danielle Darrieux

Insomma, fra i due turni delle presidenziali i cugini d'Oltralpe hanno altro a cui pensare. Ma il 1° maggio la decana degli attori francesi ha compiuto 100 anni: è Danielle Darrieux.
Il gigante fra i giganti, Max Ophüls, trovò in lei l'incarnazione del vuoto e dell'inesistenza che cercava per la protagonista di Madame de... (1953). «Diverrete», le diceva, «il simbolo stesso della futilità passeggera, spogliata d'interesse, e dovrete farlo in modo che lo spettatore sia sedotto e profondamente turbato dall'immagine che rappresentate.»